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venerdì 14 novembre 2025

Bibliosmia ovvero: il profumo dei libri

Studiare in biblioteca aveva un suo fascino, ma all'epoca non lo sapevo. Mi piaceva il luogo e il profumo.
L'A.I. conferma: "i libri antichi si degradano nel tempo e rilasciano molecole aromatiche come il benzaldeide, che ha un profumo simile a quello della mandorla, la vanillina, che ricorda la vaniglia, l'etilbenzene e il toluene, che conferiscono una nota dolce, o il 2-etilesanolo, con un aroma leggermente floreale. C’è una molecola, il furfurolo, che aumenta la sua concentrazione nei libri quanto più sono vecchi. Anche questa molecola ha un odore di mandorla, ed è più abbondante nelle pagine fatte di cotone o lino piuttosto che in quelle di cellulosa. Viene usata per datare l’età dei libri".

Questo profumo unico ed irripetibile non è solo un miraggio olfattivo dei bibliofili.

Gli arredi della sala lignea sono stati trasferiti e rimescolati nella nuova sede della biblioteca civica, sala di rappresentanza per mostre e conferenze.

Ci sono stato, con grandi aspettative di memorie e malinconie. L'odore non era lo stesso, non saprei cos'è cambiato, forse hanno spolverato, cambiato i prodotti detergenti, insomma una delusione, una magia che non si ripete.

martedì 28 ottobre 2025

E' nei vecchi barattoli che si fa la marmellata migliore

In Via del Campo ci andavo a comprare i dischi, da Salvarani, un negozio in cui mio nonno acquistava le overture delle operette a 78 giri stampate La Voce del Padrone. Io ci comprai il vinile a 45 giri dei Freur, disco che credo di avere ancora da qualche parte in cantina.
A quanto pare la tradizione musicale cittadina non si è perduta, sebbene i più illustri cantautori siano oramai leggenda. Oggi in Via del Campo si trova una sorta di cenotafio di De Andrè, quanto ci sia di reale e quanto sia messo li ad alimentare il mito non lo sappiamo. Resta una certezza, se non ci fosse stata una 'vocazione musicale' e qualcuno pronto a perseguirla, oggi quel vicolo sarebbe un anonimo passaggio smista foresti. 
La cosa certa è che Faber è un'aria di nostalgia ed ispirazione che nemmeno la sua tomba può sigillare, sarà anche perché le sue ceneri sono disperse in mare ed in quel mare la città si bagna ogni giorno.

 

venerdì 25 aprile 2025

La libertà non viene data, si prende



Venerdì - 25 Aprile 2025

Via XX Settembre 6 - Genova











Mercoledì - 25 Aprile 1945

Via XX Settembre 6 - Genova












"Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione".

sabato 29 marzo 2025

Breve storia di una coperta di lana

Al secolo: la coperta de LaGatta.

Un plaid di lana con disegno scozzese, acquistato nel 1998 a Sistiana. Il suo costo contenuto lo destinava a coperta per pic nic e campeggi, quelle cose da tenere nel bagagliaio e usare saltuariamente senza troppo riguardo, e questo fu il suo iniziale utilizzo.

A seguire fu usato per avvolgere una piccola gattina mal in arnese, recuperata per strada; e da lì LaGatta non si separò mai da quella coperta, al punto da eleggerla a sua cuccia. Complicato toglierla per lavarla, iniziava tutta una ricerca e guai a disturbarla mentre la usava.

Non ho mai capito perché LaGatta tenesse così tanto a quella coperta, la cercasse al punto di doverla portare in giro per casa. Ancora oggi, per individuarla la chiamiamo: la coperta de LaGatta (amore mio). Che a volte mi pare perfino di rivederla acciambellata sotto qualche risvolto.

sabato 15 marzo 2025

La nostalgia arriva quando il presente non è all'altezza delle aspettative


Ero in giro nel centro quando da una piazzetta fuorimano mi è arrivata alle orecchie la musica di una fisarmonica. Era una musica conosciuta, che non sentivo da moltissimo tempo. 
Così eccola e come d'incanto si sono materializzati nei miei ricordi, La Ninin che ballava con Sandrone, in quella pista da ballo improvvisata nel fienile di Luigiotto, quando c'era la festa del Paese e ci trovavamo tutti nell'aia grande per festeggiare San Fermo e la Madonna della Guardia.

Io li vedevo ogni giorno, La Ninin e il Sandrone, contadini dalle scarpe grosse, con i vestiti da lavoro, girare con la gerla e la zappa e poi eccoli lì, a ballare al suono della fisarmonica, leggeri come due farfalle, i volti rossi di sole e di vino, con i vestiti della festa che avevano l'eleganza semplice e la serenità del dopo guerra, il profumo di fieno, lavanda e polvere. Di legna e salsicce. 

Quale miracolo poteva mai averli trasformati, loro, per una sera, bellissimi. Tornati giovani ed innamorati e quella malinconia che gli brillava negli occhi, come di chi ha visto e sentito e rimpiange cose che altri non conoscono e mai conosceranno. Giusto il tempo di un giro di danza.

martedì 31 dicembre 2024

Brindiamo a quelli che abbiamo perso per strada


L'origine del brindisi è intrecciata a importanti valori come quello della condivisione e dell'amicizia
Ecco perché non capita mai di brindare da soli, ma in compagnia.

lunedì 7 ottobre 2024

Genova e quell'insana attitudine all'alluvione

Qui siamo in allerta gialla e poi arancione, ed il pensiero dei genovesi quando arrivano i temporali autunnali corre a quel fatidico 7 ottobre. Sono passati 54 anni dalla grande alluvione, quella cantata da De Andrè per capirci, quella di Dolcenera per capirci meglio. Cosa è stato fatto in questo mezzo secolo per ridurre il rischio? Nulla. O poco.

In questa foto del 1970 si intravede il tristemente noto ponte Morandi, inaugurato da soli tre anni già assisteva al primo di una serie di disastri più o meno naturali.

Eppure grandi opere, pure costosissime sono state intraprese, portate a termine perfino; ma le alluvioni si sono susseguite lo stesso, causando la morte di molte persone, danni stimati in milioni di lire e poi euro, e poi chissà. Resta la fragilità di un territorio ingannato dalla speculazione e dalla politica, frainteso dai geologi e mal tenuto dai suoi abitanti. Tutte queste concatenazioni generano ancora oggi disastri ad ogni temporale, e poco importa se ci si consola scomodando inondazioni centenarie a cui si sarebbe potuto mettere un riparo semplicemente facendo scelte serie ed oculate, ma siamo in Italia il paese della sciatteria, della mezza botta e della botticina, dell'accomodamento, del rattoppo, della faciloneria, della manutenzione carente invocata continuamente come malessere cronico. E poi parole e disposizioni certe certissime a cui non fanno quasi mai seguito i fatti.

E noi aspettiamo che le nuvole scompaiano, che i tombini otturati dall'incompetenza si asciughino e che l' "Acqua che ha fatto sera che adesso si ritira, bassa sfila tra la gente come un innocente che non c'entra niente".

lunedì 2 settembre 2024

Vedi a volte la vita come ti rigira la frittata

Passavo mentre il bus si era fermato e chi ti trovo alla discesa, la mamma della Bea. Ai tempi d'oro era un gancio, di quelle che facevano la cresta su tutto ciò che vendevano. Erano gli anni felici in cui un bottegaio se era scaltro, si comprava un appartamento all'anno; che me lo ricordo quando ero piccolo, mi rifilava pane e mortadella e poi nel conto ci aggiungeva una merenda in più. Era lei che fregava sul pane e su tutto quello che si poteva pesare sfuso. La carta del sacchetto ti costava come il prosciutto e un etto di formaggio arrivati a casa era 10 grammi di meno. E via così, che a fine settimana quella ruberia la metteva da parte per la vecchiaia. E la mamma della Bea ora che ha suonato gli 88, ha più case che denti in bocca. Tolto questo a vederla così è una vecchietta che pare di vetro, con la vocetta stridula e quell'andamento ciondolante e cifotico, che trova sostegno in un piccolo bastone.

Insomma era lì che faticava a scendere dal predellino e l'ho aiutata ad arrivare al marciapiede. E così mi son detto: vedi un po', per anni fai la bottegaia bastarda, freghi soldi a mezzo quartiere e oggi eccoti qua. Ma l'ho aiutata lo stesso. Però la vita è una gran puttana, ed anche se certe cose non le meriti, ti arrivano lo stesso, nel bene e nel male. Quindi che fare? Leoni in bianco&nero o pecore a colori...

martedì 27 agosto 2024

Si dovrebbe essere sempre un po’ improbabili (*)

Era d'estate e tu eri con meEra d'estate poco tempo faE sul tuo viso lacrime chiare

Era il mese delle spose e delle rose, e la Bea andava all'altare; tra tutte le foto questa è quella che preferisco, perché c'è lei, il padre, i due puppy davanti con i cestini di petali, e le mille emozioni che accompagnavano tutti loro prima di varcare quel portale. Che ci si potrebbe scrivere un intero libro solo su quei pochi istanti, tre passi prima della soglia millenaria, uno scrittore bravo lo farebbe. Pochi passi per cambiare tutto il resto della propria vita. Quando mi dicono che un luogo può raccogliere emozioni e memorie, ecco io penso a questa foto ed a tutte le spose che dal 1025 ad oggi hanno varcato quella soglia con un sogno nel cuore.



(*) Oscar Wilde in (Oscar Wilde – Frasi e Filosofie a uso dei giovani)

domenica 18 agosto 2024

Qui non ci sono estranei, solo amici che non hai ancora incontrato

E' il 18 agosto 1928 quando Guglielmo Baldassini aziona la sua cinepresa 9,5mm, nel porto di Genova.
Un breve filmato amatoriale (visibile su HomeMovies100 - Archivio Nazionale del film di famiglia). Si vede una nave che entra in porto, la cinepresa la segue. Baldassini poi passa in rassegna alcune poppe di diverse barche a vela, riprese da una barca in movimento.
Ad un certo punto vicino ad una bitta compare il figlio Luciano, con un cappello da marinaretto saluta il babbo.

Poi un gruppo di portuali che avanzano su una barca a remi. Ma queste barche appaiono come nani in confronto al transatlantico Giulio Cesare, attraccato in attesa del prossimo viaggio sulla rotta Genova-Buenos Aires.
Qualche mese dopo, proprio a bordo del Giulio Cesare, partiranno da Genova, Giovanni Bergoglio con la moglie Rosa e il figlio ventunenne Mario, rispettivamente nonni e padre di Jorge Mario Bergoglio, al secolo Papa Francesco.

E così, oggi mentre cammino per il porto, scansando i turisti distratti, cerco nel mio tempo parallelo le tracce di questo passaggio, la bitta di Luciano, e di chissà quanti altri bimbetti che negli anni se ne sono appropriati. In fondo cento anni, per una città millenaria non sono che un battito di ciglia. E poi a ben scorgere, con occhio attento, ci sono altri indizi, dettagli dimenticati dal continuo rosicchiare del tempo, superstiti e testimoni.
Qui nulla ci appartiene, il tempo è fermo, è l'uomo che passa.


Reference: Il porto di Genova - su www.homemovies100.it & Biblioteca Salaborsa.

venerdì 3 maggio 2024

Oggi che magnifica giornata

Questa è la Sig. Concetta, ha 93 anni e soffre di demenza senile, suo figlio Danilo si prende cura di lei e posta su facebook i video che raccontano la sua vita in una RSA di Bologna. Ogni tanto mi capita di vederne un paio e li trovo un bel modo di affrontare una situazione complicata.

In questo video la vediamo impegnata a ricordare una canzone della sua infanzia, si tratta di Vivere, uscita nel 1937, all'epoca Concetta aveva sette anni e la cantava assieme alla sua mamma... e questo se lo ricorda bene. Invece non riconosce suo figlio e non ricorda che suo marito è morto da dieci anni...
e allora: 

Ridere, sempre così giocondo, ridere, delle follie del mondo vivere finché c’è gioventù, perché la vita è bella e la voglio vivere sempre più.


giovedì 25 aprile 2024

Quando conosci la storia ogni cosa ha un valore diverso

A vederla così, oggi, si potrebbe pensare ad un qualsiasi rudere, i monti liguri ne sono pieni, ed era proprio quello che pensavamo noi ragazzetti, che passavamo davanti a questa casa diroccata (1390 m.slm) per salire al Monte Antola per le nostre escursioni vacanziere. Dentro c'erano ancora i tavoloni di legno, le panche e quell'arredo semplice delle case dei montanari, la stufa in ghisa, enorme, il lavatoio di ardesia e tutta una serie di cose che il tempo sgretolava con diligenza, piatti, bicchieri, posate, tante bottiglie. Quando assieme a noi c'era qualche vecchio del Paese, guardava dentro la casa con rispetto e diceva: questa è la Cà du Piccettu.
Sembrava quasi che lo cercasse, che si aspettasse che Piccetto (Pettirosso) uscisse fuori a salutarci. E quando rientravamo in Paese, gli altri vecchi, alla sera mentre giocavano a carte, ci chiedevano: siete passati dalla Cà du Piccettu? e com'è? è ancora in piedi? e dentro cosa è rimasto? l'inverno ha fatto dei danni al tetto?
Alle nostre risposte seguivano notizie su particolari che nemmeno avevamo notato; che i vecchi del Paese quella casa la conoscevano come le loro tasche.

Il mistero di tutto questo interesse è finalmente stato svelato da uno scritto che dice più o meno così...

Antonio Navone nacque a Cerviasca il 5 giugno 1863; a ventiquattro anni si sposò con Caterina, dei Lavazzoli, un anno più grande di lui, in piazza Martinez, a San Fruttuoso (che da una dozzina d’anni appena non faceva più Comune autonomo dalla città). 

Perché si sposarono laggiù? Ci viveva lei? Ci lavorava lui?

La sua d’origine era una famiglia numerosa: qualche fratello emigrato, le sorelle sposate nei paesi vicini (solo una in paese, già anziana sposò un vedovo). Il fratello immediatamente più grande lo chiamavano il Mago.
Antonio e Caterina vissero ai Lavazzuoli: lei partorì sei figli; lui lo chiamavano Piccetto. 
Secondo il censimento del parroco di Senarega, a Lavazzuoli (Lavazzolo scrive) nel 1915 abitano sei famiglie per un totale di ventinove persone. Trent’anni dopo, nel 1944, ci risiedono ancora in ventisei, divisi sempre in sei famiglie. Ma a viverci effettivamente sono quasi il doppio: c’è la guerra, ci sono gli sfollati, e anche chi era andato via è ritornato.
Emanuele, ad esempio, ultimogenito del Piccetto (nato nel 1906), che al principio della guerra, con la moglie e il figlio undicenne, si era trasferito a Savignone.
Alla nascita di Emanuele, suo fratello maggiore, il primogenito (Giovanni in parrocchia, Giuseppe in Comune) aveva diciotto anni. Nato nel 1888 e vissuto a lungo in America, a Washington, aveva preso moglie a Roiale.
Dal matrimonio, celebrato a Senarega nella primavera del 1925, nasce un solo bambino, venuto al mondo il 5 di febbraio del 1926, di venerdì.
Antonio, come il nonno.
Il nonno Piccetto che era morto da tanti anni. “Morto nella sua casa osteria posta sull’Antola” scrive il parroco. Era l’estate del 1917, il 31 di luglio; aveva 54 anni e due figli -Genio e Giaco- militari sull’Isonzo – e infine a casa.
Per tornare dall'America, saggiamente, il primogenito Giovanni/Giuseppe aveva atteso la fine del conflitto.

A novembre” -1943- “è appeso ai “canti” il manifesto di chiamata alle armi del primo scaglione della classe 1925, sotto la Repubblica di Salò. Sono brutti momenti, a casa non si dorme più, anche perché io sono di marzo del 1925. È necessario trovare una famiglia disposta ad ospitarmi fuori Torriglia. Mio papà parla con discrezione a dei contadini, mia madre molto più convincente si accorda con il Cobbe dei Rossi di Piancassina per ospitarmi. Il paesino si trova nella alta Val Brevenna, sotto la casa del Piccetto presso l’Antola” – scrive Tan negli anni Settanta, nel suo bellissimo diario della guerra.
L’otto dicembre 1943 parto, vado lassù, la gente è bravissima il paese è carino, vi sono tanti giovani, faccio subito amicizia, mi procurano due fucili avancarica. Quello di Alfonso è con le canne corte e “lise”, quello di Genio è più robusto. I contatti con la mia famiglia sono costanti grazie ad un mercante che settimanalmente viene a comprare delle formaggette. Mia mamma all’insaputa di mio padre mi fornisce polvere e pallini; il papà all’insaputa della mamma pure. Il tabacco mi arriva tramite mia sorella che ha la rivendita a Torriglia.
Fumano tutti, anche i bambini. Rinaldo poi è un patito, siamo costretti a mettere un po’ di polvere da sparo nella sigaretta, quella fa una bella fiammata appena accesa bruciandogli le ciglia, ma lui non desiste, è pronto a ricominciare.
Si comincia alla sera verso le 17,30 a giocare a carte: poi Alfonso racconta avventure di caccia: “balle” grosse come l’intera vallata.
A me proprio non vanno giù perché le mie giornate di caccia sono scarsissime, senza contare i capricci della polvere che a volte fa cilecca e mi annerisce il viso. La Rosin mi sgrida dicendomi che una volta o l’altra rimango senza testa.
Genio conosce tutti i trucchi per tendere le trappole per le volpi; a volte però rimangono i cani, sovente quelli di Antonio della Piccetta, così noi abbiamo congegnato un semplice arnese per liberarli: è un attrezzo con l’estremità a forca: si immobilizza il cane, prima dal collo, mentre un altro deve allargare le molle con l’attrezzo stesso”.

Lassù a Piancassina (Pian Cascine per il prete) Tan resta poco; trova ospitalità a Chiappa, da Nesto e Nita (“a Chiappa sto veramente bene, c’è tanta gioventù, ragazzi e ragazze” scrive; “il 29 giugno, San Pietro, è festa sull’Antola, si va a ballare, c’è molta gente, i rifugi riaperti dopo l’inverno sono pieni, si ci diverte, si dimentica con la bella giornata di sole la guerra, rientriamo verso sera”); la terza decade d’agosto reparti della Wehrmacht e delle forze armate di Salò puntano -da Chiavari, dal Pertuso, da Scoffèra- verso l’Antola; alla Casa del Piccetto c’è un distaccamento di partigiani, il comandante viene da Voltri, classe 1915, ha fatto la Benedicta; lo chiamano Sirio.
Nel primo pomeriggio del giorno 24 le avanguardie del rastrellamento son sul Prelà e sparano verso la casa del Piccetto: un partigiano, un ragazzo di Ottone, viene ferito ad un polmone. Lo portano via su una lesa: dai Musante un dottore gli estrae la pallottola, poi proseguono in giù fino ai Campassi; lo nascondono in una buca nel bosco: si salva.
Alla sera nell’osteria di Nesto, armato di mitra (e di quattro bottiglie di liquore da consegnare ai compagni) entra un partigiano del gruppo di Sirio: vuole dei muli. Non glieli danno: servono per un trasporto al Molino l’indomani mattina. Volano parole grosse. Alla fine qualcuno dice: ce ne sono a Piancassina, prova là.
Verso la mezzanotte Tan lo accompagna fino alla Casa del Piccetto, a posare le bottiglie, e insieme scendono a Piancassina a prendere i muli. Li ha Gasparino (classe 1911): “altra discussione animatissima” scrive Tan, “malgrado il mitra puntato”.
In fine, “Gasparino veste i muli e ci avviamo verso Senarega, nel tragitto si sentono numerosi spari, distinguo sia le velocissime seghe di Hitler che le più lente mitraglie Saint-Etienne dei partigiani. Mi rivolgo a Gasparino per chiedergli se la direzione degli spari è quella verso la Cappella del Roiale, in quel momento mi accorgo che il nervosissimo partigiano si è volatilizzato al sentire i primi spari. “Caro Gasparino, bisogna aver pazienza, sarà stato stanco, in fondo abbiamo girato tutta la notte”, quello mi risponde con un mesto sorriso, prima di ritornare a Pian Cassina ed io in Chiappa dove ormai è già chiaro e mi riposo un po’.
Al pomeriggio giochiamo a tennis (!), ignari che i tedeschi per rincorrere Antonio della Piccetta dopo che li ha abilmente seminati, stanno venendo verso di noi. Al “mani in alto” imposto da quattro militari tedeschi Antonio, fingendo in un primo momento di ubbidire, risponde mettendo in moto le sue lunghissime gambe e come un camoscio, anche se con una caviglia slogata, riesce a schivare le raffiche di mitra e a rifugiarsi in un canalone boschivo e a farla franca”.
Antonio sposa Ines nel 1957, nel 1958 nasce -a Busalla- il loro primo figlio. All'inizio degli anni ’60 risiedono ancora ai Lavazzuoli; oggi della Casa del Piccetto restano i muri.

giovedì 21 marzo 2024

Sonetto di fine inverno - che il riscaldamento globale ha trasformato in autunno-primavera


Agghiacciato tremar tra nevi algenti

al severo spirar d'orrido vento
correr battendo i piedi ogni momento;
e per soverchio gel battere i denti;

passar al foco i di' quieti e contenti
mentre la pioggia fuor bagna ben cento
caminar sopra 'l ghiaccio, e a passo lento
per timor di cader girsene intenti:

gir forte, sdruzzolar, cader a terra
di nuovo ir sopra 'l giaccio e correr forte
sin ch'il giaccio si rompe, e si disserra;

sentir uscir dalle ferrate porte
Sirocco, Bora e tutti i venti in guerra
quest'è 'l verno, ma tal, che gioja apporte.

Antonio Vivaldi 1725

lunedì 26 febbraio 2024

Le trappole e gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede

 

La scala della casa al Paese trova una nuova veste, ed io sorveglio che il mutamento non sia troppo radicale, che rimanga un po' di passato, nascosto sotto un garbato strato di calce, qualcosa che parli a chi conosceva e sa leggere indietro.

Tuttavia una sorpresa l'ho avuta da un famiglio che mi dice:
zio sai... questa è come in quella poesia di Montale che abbiamo studiato a scuola, quella sulle scale. Ed io che dopo un po' ho ripescato nella memoria, dico a questa testolina...

Ho sceso dandoti il braccio
almeno un milione di scale ...

ed ora che non ci sei
è il vuoto ad ogni gradino...


L'ultima parte l'ho taciuta, perché quella scala è stata percorsa da un numero considerevole di persone che non ci sono più e ricordarsele tutte era cosa ardua; e poi lo scopriranno da loro. Anche per avere nostalgia ci vuole l'età giusta.

mercoledì 24 gennaio 2024

Una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome

Il giorno della memoria si approssima e puntuali arrivano le iniziative. Quindi altri cubetti nei posti giusti, individuati, forse un tempo lontano rimpianti. A pensarci c'è da incazzarsi forte; perché mai uno deve essere costretto a lasciare la sua casa, per essere trascinato a morire assieme alla sua famiglia a 1400 km di distanza?
Eppure è successo e succede ancora con altre dinamiche. Tutto questo dovrebbe farci capire che siamo ancora agli albori della civile convivenza, o forse stiamo precipitando. Dipende da che parte si considera la questione.

Sia come sia, a me darebbe un po' fastidio sapere che il mio nome, o quello di un mio antenato dopo tale affronto storico, figurasse sul marciapiede davanti casa, e se per caso un cane cagasse sulla mia placca? Peggio, se un cafone qualsiasi, passando, ci scatarrasse sopra? O per sfregio mi oltraggiasse, magari per sua ignoranza, senza nemmeno sapere quello che ho dovuto passare prima di morire?
Meglio sarebbe invece se qualche arrogantello, se quel burino, in virtù dell'InstantKarma, ci scivolasse sopra in un giorno di pioggia.

Ma il dubbio che questa voglia di commemorare sia diventata l'ennesima trovata ego-artistica, mi sorge. Lo United States Holocaust Memorial Museum calcola che dal 1933 sino al 1945, circa 15-17 milioni di persone hanno perso la loro vita nei campi di sterminio nazisti, di questi, 6 milioni erano ebrei.
Quindi per coerenza storica ci sarebbero 17 milioni di pietre d'inciampo da distribuire in giro per le strade europee, ma a questo punto che facciamo? lastrichiamo le città di lapidi?
Ci saranno modi migliori spero, perché questo sistema ha già saturato, è diventato un'abitudine da ripercorrere quasi con comodo da ogni pubblica amministrazione. Una di quelle iniziative strappa consensi garantita, per cui vai a colpo sicuro, in automatico.

Stiamo banalizzando pure le ricorrenze nefaste, ma il punto a mio avviso è il piangersi addosso, il mea culpa sociale e collettivo-istituzionale che non porta espiazione; perché se funzionasse, se davvero la 'coscienza collettiva' avesse imparato qualcosa, oggi non ci dovremmo preoccupare di quelli che affogano nel mediterraneo, o schiattano sotto ai missili di vario colore e provenienza.

domenica 21 gennaio 2024

La torta di riso è finita

Pazienza, al suo posto ho preparato un piatto ligure per eccellenza, che mi riporta a certe domeniche invernali passate in casa al Paese, durante le quali NonnaMariaCecilia ci preparava il riso&latte. Tutti gli ingredienti erano disponibili in loco, tranne il riso ovviamente, che arrivava dalla città. La ricetta è di una semplicità disarmante, gli ingredienti sono pochi ed economici, il tempo di preparazione è minimo. Insomma un piatto ghiotto con poco sbattimento, quasi un piatto unico se mangiato alla sera, e adatto per chi ha altro da fare, che al Paese c'era sempre altro da fare, nell'orto, nella legnaia, in giro per casa, in giro nel bosco, per badare agli animali, sorvegliare i bimbetti discoli, o fare qualche ciæto con le comari nell'aia.

mercoledì 13 dicembre 2023

Le persone scompaiono ma i libri rimangono

I libri raccontano molto della persona a cui appartenevano, e questo li rende amati ed odiati, testimoni scomodi o semplicemente oggetti di cui sbarazzarsi. Questo pensavo mentre il libraio riordinava i suoi scaffali con i nuovi consistenti arrivi. Non ho idea se salvare libri sia un'attività meritoria, sicuramente non è remunerativa come lo era un tempo. Non sono merce deperibile e potrebbero passare anni prima di poterli rivendere. Chi vende libri usati oggi è visto come un eccentrico, un'attività marginale che spazia dall'hobby al brocantage. Poi mentre ero lì, a guardare quel disordine ho provato un improvviso benessere. E non saprei dire come, ma per qualche strano ed inconoscibile motivo, quegli scaffali erano diventati mura incrollabili tra cui rifugiarsi. Penso che anche il libraio provasse lo stesso sentimento, per alcuni i libri danno sicurezza.

mercoledì 29 novembre 2023

La festa dell'olio nuovo

Al Paese si svolgeva a metà novembre. Occasione rurale per socializzare, ma anche per gratificarsi dalla fatica della raccolta.  Ricordo tutta una serie di edifici lungo il tracciato del torrente, destinati a questo scopo, c'erano mulini per produrre farina di castagne, di farro e di tutto quello che si poteva macinare, come le fave o i ceci, e poi c'erano i frantoi, pochi e usati in consorzio. Nelle nostre incursioni di adolescenti capitammo in uno di questi, oramai in rovina, con all'interno tutto ciò che serviva per produrre il prezioso liquido. Non ho idea di cosa rimanga di quegli edifici oggi, ma è certo che siano destinati a scomparire, dalle carte geografiche e dalla memoria.

A ricordarmi questa attività dell'infanzia è stata la notizia dell'olio di Pompei. In uno scenario mediatico letteralmente intasato da pessime notizie, ogni tanto trapela qualcosa di gradevole, mi son detto. Più concretamente mi consolo pensando che almeno in piccole parti d'Italia qualcuno riesca a fare qualcosa di sensato. L'olio di Pompei è una di queste cose.

Quando visitai Pompei ed Ercolano, era il 2006, fui rapito da due sentimenti, la bellezza struggente di ciò che era rimasto di città quasi al confine della mitologia, e la devastante incuria in cui versavano i due siti archeologici. Sembrava una battaglia persa, una lotta impossibile e invece l'arrivo della persona giusta con le idee giuste, con una visione meno rassegnata, è riuscito, sta riuscendo e riuscirà a fare cose speciali, a coinvolgere, innovare, recuperare, insomma cose che lasciano piacevolmente stupiti e mi fanno sorridere compiaciuto.

Così presso l’Orto dei Fuggiaschi alcuni visitatori hanno assistito alla frangitura delle olive appena raccolte e hanno degustato l’olio IGP di Pompei, prodotto con le olive delle aree verdi del Parco archeologico, ad un anno dalla prima produzione. Una cosa impensabile, riattivare filiere vecchie di duemila anni. Eppure è accaduto e il progetto non si ferma solo agli ulivi, grazie ad una visione ampia, l'Azienda Pompei potrebbe diventare il riscatto per se stessa e per la degna sopravvivenza dell'area e del territorio. Insomma cose belle.


lunedì 13 novembre 2023

Il rito della chiusura dell'acqua

La chiusura dell'acqua era la certificazione della chiusura della casa al Paese e dell'arrivo dell'inverno. La procedura prevedeva che ZiaMaria salisse alla presa con uno straccio e dello spago, e la chiave dello sportello nella tasca del grembiale. Una volta chiuso il rubinetto lo avvolgeva con cura nello straccio e legava il tutto con un nodo suo personalissimo per scoprire se qualcuno ci aveva messo le mani.
A seguire in casa si potevano aprire i rubinetti per svuotare i tubi, contemporaneamente la figlia di ZiaMaria, la Enzina, metteva un poco di paraflu nella vaschetta del wc e negli scarichi dei lavandini.

A questo punto il rito era completo, i rubinetti si lasciavano aperti e la casa era pronta per affrontare i freddi ed umidi inverni del Paese.
LaTilde che pativa abbastanza queste situazioni, recriminava sempre di dover lasciare la casa senza riscaldamento, che le case fredde chiamano le muffe e l'umido diceva. Quindi rimpiangeva i vecchi tempi in cui le stufe asciugavano i solai e rendevano eterna la ghisa del ronfò e tutta una serie di altre faccende da vecchi montanari, come sciogliere la neve dal tetto o levarla dall'aia, dai davanzali e dalle porte. Per LaTilde lasciare la casa era come abbandonare un cucciolo nel bosco, un delitto. Ma poi chi sarebbe rimasto a vivere al Paese per tutto l'inverno? Con la neve che blocca la strada e magari la tormenta che ti lascia al buio per settimane intere?
E fece bene LaTilde ad andarsene a vivere in città, lasciando al tempo ed agli inverni la sua casa, che ancora oggi aspetta il suo ritorno.


sabato 28 ottobre 2023

La morte è una cosa più unificante dell'amore

Lutto inatteso questo, ma poi nessuno prende appuntamento con la morte, è lei che decide nella maggior parte dei casi. Questo evento ha sconvolto i famigli e pure io che tendo ad essere cinico, ne sono rimasto scosso. Troppo presto, troppo giovane, non ho fatto a tempo a dire le cose rimaste in sospeso... tipo: insegna ai diavoli a rompere i coglioni!

A chiudere la questione c'è stato un funerale laico, in cui ad un certo punto ho pensato: anche io vorrei qualcosa del genere. Poi mi sono ripreso. Ma qualcosa di mio volevo lasciarlo in quella cerimonia molto molto informale: la musica di apertura...


La vita è nostra, la viviamo a modo nostroLife is ours, we live it our wayTutte queste parole, non le dico e bastaAll these words, I don't just sayE nient'altro importaAnd nothing else matters