Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

sabato 15 marzo 2025

La nostalgia arriva quando il presente non è all'altezza delle aspettative


Ero in giro nel centro quando da una piazzetta fuorimano mi è arrivata alle orecchie la musica di una fisarmonica. Era una musica conosciuta, che non sentivo da moltissimo tempo. 
Così eccola e come d'incanto si sono materializzati nei miei ricordi, La Ninin che ballava con Sandrone, in quella pista da ballo improvvisata nel fienile di Luigiotto, quando c'era la festa del Paese e ci trovavamo tutti nell'aia grande per festeggiare San Fermo e la Madonna della Guardia.

Io li vedevo ogni giorno, La Ninin e il Sandrone, contadini dalle scarpe grosse, con i vestiti da lavoro, girare con la gerla e la zappa e poi eccoli lì, a ballare al suono della fisarmonica, leggeri come due farfalle, i volti rossi di sole e di vino, con i vestiti della festa che avevano l'eleganza semplice e la serenità del dopo guerra, il profumo di fieno, lavanda e polvere. Di legna e salsicce. 

Quale miracolo poteva mai averli trasformati, loro, per una sera, bellissimi. Tornati giovani ed innamorati e quella malinconia che gli brillava negli occhi, come di chi ha visto e sentito e rimpiange cose che altri non conoscono e mai conosceranno. Giusto il tempo di un giro di danza.

martedì 4 febbraio 2025

Le tre sorelle

La Bellezza nacque nel 1563 e si capì subito che sarebbe stata la preferita. La maggiore delle tre sorelle, sin dai primi anni colpì per il suo splendore, vanto ed orgoglio, fu immortalata da molti pittori ed artisti che vollero ritrarla assieme alla sua famiglia.

La Semplicità nacque nel 1565, senza le civetterie della sorella maggiore, fu apprezzata per spontaneità e naturalezza. Una dote che mantenne nel tempo.

La Fortezza nasce nel 1567, ultimogenita ma non per questo meno amata, fu soprannominata così per il suo aspetto robusto, una tempra anche spirituale e morale. Divenne presto un punto di riferimento per coloro che la frequentarono; uno tra i tanti, Giacomo Casanova.

sabato 18 gennaio 2025

Barpi-Chillotti - atto finale

I palazzi di villa dei Barpi-Chillotti hanno rappresentato uno dei pilastri della storia sociale ed economica del Borgo dei Pescatori. Sin dal XVI secolo la villa divenne il simbolo del potere dell'oligarchia aristocratica e della ricca borghesia mercantile, per le quali era lo specchio del palazzo padronale: fuori le mura si portavano il lusso e la magnificenza che si vivevano nelle dimore cittadine.


Più di una decina erano le ville sul territorio del Borgo dei Pescatori, un sistema di dimore in parte andate perdute, per la maggior parte oggi in decadenza o destinate ad usi diversi, che però lasciano intravedere, l'opulenza di una famiglia divenuta incredibilmente ricca grazie alle proprie capacità imprenditoriali e politiche.

sabato 11 gennaio 2025

Barpi-Chillotti - memorie di una dinastia


Palazzo Barpi-Chillotti è un edificio probabilmente risalente a fine ‘500 (non si conosce con precisione la data di costruzione), la famiglia si insedia nel tardo ‘500 nel Borgo dei Pescatori con un gruppo di ville destinate alla villeggiatura estiva, tutte caratterizzate dalla struttura architettonica del filone alessiano diffuso dagli allievi.
Secondo una planimetria del 1757 era di proprietà del Magn.co Alessandro Pinelli, assieme ad altri edifici, passati nel corso dell'ottocento alla ditta di confetture Francesco Segalerba & Fratelli, venne poi adibito ad uffici e abitazioni private.

Posta lungo il litorale, la villa presenta un impianto cubico regolare, con caratteristico tetto a padiglione; è costituita da un piano terra con un ammezzato sopra; un piano nobile, anch’esso con un ammezzato sopra; ed un piano sottotetto. La facciata principale, rivolta verso il mare, da cui era lambita e forse anche minacciata di inondamento nei casi di mareggiata se non fosse stata eretta leggermente sopraelevata rispetto all’arenile, è senza terrazze né balconate; ha sette grandi finestre equidistanti. Sopra l’ingresso, spicca lo stemma della famiglia Barpi-Chillotti Pinelli. Anticamente la proprietà era dotata di un ampio terreno, ancora visibile nelle planimetrie del 1773, allora esteso verso monte sino alla strada collinare, coltivato con grande effetto scenografico a giardino all’italiana, orto e frutteto. 
L’apertura della ferrovia e relativa strada carrabile, tagliarono questi terreni che vennero poi invasi da costruzioni industriali della Società Fratelli Segalerba, sconvolgendo la loro naturale bellezza. Lo sbancamento del colle e, negli anni ’80, la costruzione dei grattacieli, hanno rivoluzionato l’insieme, generando uno spiazzante accostamento antico-moderno. 

L’interno del palazzo fu modificato dagli ultimi proprietari, specie il piano nobile adibito ad abitazioni, così come l’ammezzato superiore, al punto che ora è difficile leggere le antiche strutture. Vi erano due ingressi, per offrire continuità a chi entrava, tra l’interno e gli ampi spazi posteriori del giardino. Rimangono indenni lo scalone – in ardesia come da antica consuetudine genovese, a tre rampe disposte a C e sboccante al piano nobile presso la loggia, da tempo non più utilizzata e tamponata – ed in parte le cucine poste nel sottotetto; queste interamente decorate con dipinti che sottintendono cosa poteva esserci di decorativo nelle sale del piano nobile, prima delle ristrutturazioni. 
Il palazzo nel 1963 fu inserito negli edifici protetti e vincolati. Questo atto presumibilmente salvò il palazzo dalla demolizione, ma ne fermò l'utilizzo causandone il progressivo abbandono. Attualmente si presenta in uno stato di completa incuria, con un forte ed evidente degrado, denotato da caduta di calcinacci e simili.

sabato 4 gennaio 2025

Barpi-Chillotti - amabili resti

Qui giace

Maria Madd[alen]a Barpi-Chil[lotti] in Pinelli 

devota figlia di Agostino e Maria Ce[cilia]
da crudele morbo str[appata] all'affetto dei suoi
ad anni 23
il suo ric[ordo] di sposa semplice e onesta 
rimanga vivo nel rimpianto della sua famiglia 
e di quanti la [conobb]ero e l’am[arono]

Resa quasi illeggibile dal tempo e dai passi devoti dei religiosi, questa lastra pavimentale suggerisce poche righe da cui trarre alcune considerazioni.
Forse l'ultima discendente della sua nobile e laboriosa stirpe, possiamo legare la sua scomparsa alla grande peste che devastò la Repubblica due volte nel giro di venticinque anni; nel 1630 e nel 1656 e provocò la morte di più di centomila persone. Gli storici stimano che morirono in media più di mille persone al giorno: una ogni due minuti circa. Numeri impressionanti che lasciarono la Repubblica con il 75% di abitanti in meno. Ed il borgo dei pescatori non fu risparmiato, passando da 4200 anime a poco più di 1000. Altro non sappiamo, essendo il voluminoso carteggio dei Barpi-Chillotti perduto nella devastazione della IIGM. Ipotizziamo perciò che alla morte di Maddalena, l'immenso patrimonio di ville familiari all'epoca ancora esistenti, finisca in eredità ai Pinelli.

venerdì 20 dicembre 2024

A cosa serve essere belle dentro se poi non entra nessuno

Primo esperimento con l'Intelligenza Artificiale; e vi anticipo subito che ne seguiranno altri. Per il titolo ho utilizzato una frase-battuta detta da Amanda Lear durante un'intervista. Ho chiesto all'AI di scrivere un racconto di 250 parole utilizzando il titolo come ispirazione.

Ecco il risultato.



La nonna diceva sempre: "La bellezza interiore è ciò che conta davvero". E io, brava nipotina obbediente, ho coltivato la mia gentilezza, la mia empatia, la mia generosità. Ho innaffiato il mio giardino interiore con pazienza e dedizione, convinta che prima o poi i fiori avrebbero sbocciato e attirato le farfalle. Ma le farfalle, a quanto pare, hanno un debole per i fiori appariscenti, per quelli che ostentano petali sgargianti e profumi intensi. E io? Io sono un piccolo fiorellino selvatico, discreto, quasi invisibile.

A cosa serve essere belli dentro se poi non entra nessuno? La domanda mi tormenta, si insinua tra i miei pensieri come un'erbaccia infestante. Ho letto libri sulla crescita personale, seguito corsi di autostima, cercato di amare me stessa incondizionatamente. Ma a che pro, se la mia autenticità, la mia genuinità, sembrano passare inosservate? Se il mio sorriso, sincero e raggiante, non riesce a conquistare un sorriso in cambio?

Forse la nonna aveva ragione solo a metà. Forse la bellezza interiore è fondamentale, è la base su cui costruire una vita appagante e significativa. Ma da sola non basta. Serve anche sapersi mostrare, sapersi valorizzare, saper comunicare la bellezza che portiamo dentro. Serve trovare il modo di farla brillare, di farla vedere, anche se questo significa uscire dalla nostra zona di comfort, affrontare le nostre paure e lasciare che la nostra luce si diffonda.

Non si tratta di diventare qualcun altro, di indossare una maschera. Si tratta di trovare il modo di esprimere al meglio la nostra essenza, di condividere la nostra bellezza interiore con il mondo, trovando il linguaggio più adatto per farlo. Magari non tutti vedranno il nostro splendore interiore, ma qualcuno, prima o poi, lo farà. E quel qualcuno, varrà la pena di aspettare. La battaglia per far conoscere il nostro giardino interiore è lunga, ma la ricompensa, ne sono certa, è immensa. E allora, continuiamo a coltivare i nostri fiori selvatici, sperando che le farfalle, un giorno, imparino ad apprezzarne la delicata bellezza.

Considerazioni:

Il testo è gradevole, scorrevole, forse manca di carattere, ma devo rifletterci meglio. Una cosa certa è che senza alcuna richiesta precisa, l'AI ha deciso che la bellezza interiore è una questione tra donne, creando un dialogo nonna-nipote, con un finale in stile libro Cuore. L'utilizzo di parole come: speranza, ricompensa, affrontare le paure, è indicativo di chi vuol trasmettere un atteggiamento fattivo e motivazionale. Insomma ci trovo un certo buonismo che non appartiene allo stile di questo blog. Ma essendo un esperimento si presta ad altre valutazioni ed infinite varianti. E poi l'AI è buona, gentile e positiva, per adesso pure amica degli umani. Quasi una crocerossina del web.

martedì 10 dicembre 2024

L'acqua si apprezza quando il pozzo si secca

Siamo nel 2008 e sul pianeta Terra, precisamente in Inghilterra, compare un virus simile all'influenza, che però in tre giorni muori. All'inizio dell'epidemia sull'isola ci sono 57milioni di abitanti, ma poi le persone cadono come mosche, ne sopravvive soltanto 1%, quindi 570mila persone. 
E cosa fanno? 
Per ingannare il tempo, saccheggiano, viaggiano e si ammazzano tra di loro. Ma alcuni, con metodi non proprio legali, provano a trovare un vaccino, scoprendo che il virus viene trasmesso dagli uccelli, oltre che tra persone infette. Un virus che si è sviluppato in Cina a seguito di un esperimento riuscito male malissimo. Gli effetti 'imprevisti' alcuni li sapevano e si sono isolati in tempo.

Questa è la trama sommaria di Survivors, con tutta una serie di sotto trame che aprono un sipario degno dei migliori film horror. Una serie TV creata da Adrian Hodges con Julie Graham e Max Beesley, ispirata al cult  anni '70 di Terry Nation.

Trasmessa in Italia per la prima volta nel 2009 su RaiTre, questa serie potrebbe essere perfetta per ogni ipotesi complottista. E che dire? era un grande spoiler di ciò che sarebbe accaduto?

A compendio, ecco tutta una scelta di corsi dedicati a chi si paranoia sulla fine della civiltà e del mondo. Devo confessare che un pensierino sulla frequenza di uno di questi corsi l'ho fatto. Principalmente perché sono molto curioso di vedere il tipo di persone che li organizzano e che li frequentano. Sicuramente non sarà una skill da spendersi nel CV, ma da come gira in Congo non si sa mai...

martedì 3 dicembre 2024

Cervelli umani fritti alla fermata del treno

Questo video, ve lo consiglio proprio tutto; è tratto da un seminario di Daniela Lucangeli, laureata in psicologia dello sviluppo, e spiega in dieci minuti il meccanismo che ci rende dipendenti dagli smartphone.

In Italia il primo smartphone è stato venduto nel 1999, quindi sono 25 anni che li abbiamo in tasca, o in mano. 

Personalmente trovo che l'impatto di questi dispositivi sul cervello umano sia stato devastante. Quindi se circolano più imbecilli del necessario, il merito è anche degli smartphone. A seguire mi sono chiesto se un effetto del genere si poteva prevedere prima di metterli sul mercato.

Due ipotesi si contendono la risposta:                                                                                          Complottista - - ma al potere servono persone malleabili.                                                         Generica - No - come per la maggior parte delle cose in vendita il profitto annulla ogni remora.

La cosa tragica è che molte persone non si rendono conto di come questo dispositivo abbia cambiato la loro vita. Vivono in questa inconsapevolezza colposa. A volte mi guardo attorno per strada e vedo gente che lo tiene appeso al collo, o perennemente in mano, appena si siedono sul treno o sull'autobus, o si fermano al semaforo, lo consultano, se lo hanno in tasca lo estraggono appena possono, come dovessero ricevere con urgenza una notizia importantissima, e chi spedisce si aspetta un riscontro immediato, come alla comunicazione di un'effettiva emergenza.

Insomma questa faccenda ci ha travolto e le conseguenze si vedono. Venti anni sono un periodo di tempo sufficiente per rincoglionire almeno un paio di generazioni. Altrettanti sono utili a chi ne ha i mezzi per studiare il fenomeno.

Quello che ne vien fuori è preoccupante, principalmente perché non pare degno di proposte risolutive; se ne prende atto come di un'eclisse lunare. Viene anche da pensare che non sia necessario risolvere il problema, a chi gioverebbe? E non iniziate con quelle giustificazioni da crocerossine dell'umanità.

Tralasciando i problemi fisici che l'uso continuo dello smartphone, si aggiungono anche quelli cognitivi: approccio superficiale all'apprendimento, disattenzione,  stanchezza, sbalzi d'umore, isolamento, perdita di controllo, ansia e depressione

Tutto questo espone al rischio di sviluppare malattie psichiatriche, abuso di alcol, disturbi ossessivo-compulsivi, abuso di sostanze, una minore concentrazione e una maggiore tendenza alla distrazione. La somma anche blanda di questi effetti la ritrovo ogni giorno, nelle fragilità emotive e comportamentali delle persone, e potrei farne una lista dettagliata. Cosa che mi riservo di fare in qualche post futuro, ma dopo una ricerca sul campo più attenta. 

Questo fenomeno, in Italia, riguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, 13.774.066 milioni di persone, circa il 23% della popolazione italiana. Ora se questo numero sia da mettere in relazione, o da sommare, alla percentuale di coloro affetti dall'analfabetismo funzionale (28% della popolazione) che si sommano a quello dell'analfabetismo di ritorno (47% della popolazione) non mi è dato saperlo. Rimane un fatto oggettivo, una quantità sempre maggiore di persone è imbecille in maniera irreversibile, il sistema scolastico depotenziato non è in grado nemmeno lontanamente di porre un freno a questa slavina. Insomma i pochi senzienti finiranno per rifugiarsi in qualche fortezza del sapere in attesa di tempi migliori, così come intraprendenti abati salvarono la cultura e i libri nell'epoca buia del medioevo?

Altre preoccupanti novità sul furbofono che abbiamo in dotazione, si trovano in questo libro - lettura poco piacevole, che vi attiverà la consapevolezza di cagare in un campo di ortiche.

martedì 12 novembre 2024

La natura non fa nulla di inutile

Dice così, Aristotele - e verrebbe da aggiungere qualcosa in merito all'utilità delle opere dell'uomo. In questo post parlerò di quattro dighe, e... spoiler, non finisce benissimo. Ma la cosa che più mi ha stupito è la perseveranza, l'incaponirsi a voler fare, anche quando l'evidenza mostra che è meglio lasciar perdere, non costruire, o se proprio si vuole, farlo con tutte le opportune cautele. Ma tant'è.

Insomma ecco cosa ho trovato in rete.

1923 - La Diga del Gleno - il disastro prevedibile - Risultato 356 morti

Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l'ingegner Santangelo a tre anni e quattro mesi di reclusione più 7 500 lire di multa. Verrà poi scontata la pena a due anni di reclusione e revocata la multa. Secondo alcuni abitanti del luogo, il disastro era prevedibile: chi aveva lavorato nel cantiere della diga diffondeva la voce che il materiale usato non era buono e raccontava dell'imperizia dei lavori; il controllo da parte del Genio civile era stato svolto in maniera approssimativa e superficiale, chi poteva, a Dezzo, dormiva altrove.

1935 - La Diga di Molare - un crollo senza responsabili - Risultato 111 morti

Per oltre due anni alcuni periti studiarono il disastro di Molare, giungendo alla conclusione che il terreno non era idoneo a sopportare la costruzione di una diga. Ciononostante, La Società costruttrice declinò ogni responsabilità, respingendo le accuse mosse dal podestà di Ovada che chiedeva all'azienda il risarcimento dei danni.

Il processo coinvolse dodici tra ingegneri, dirigenti e direttori dell'OEG. Il 4 luglio 1938 la Corte d'appello di Torino assolse tutti gli imputati poiché l'impianto era stato edificato senza violare alcuna legge e l'eccezionalità della precipitazione del 13 agosto 1935 avrebbe reso inutile anche il funzionamento degli scaricatori. Ai familiari delle vittime fu recapitato dallo Stato un indennizzo di 30.000 lire.

1963 - La Diga del Vajont - una tragedia annunciata - Risultato 2000 morti

Le cause della tragedia, dopo numerosi dibattiti e processi, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell'opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico.

Nel 1999: Enel e Montedison chiudono definitivamente il contenzioso Vajont pagando rispettivamente 18 miliardi e 200 milioni di lire (ne beneficiarono i Comuni di Vajont e di Erto e Casso) e 77 miliardi (ai Comuni bellunesi Longarone e Castellavazzo).

1985 - La Diga della Val di Stava - la redditività al posto della sicurezza  - Risultato 267 morti

Il procedimento penale si concluse nel giugno 1992 con la condanna di 10 imputati dei reati di disastro colposo ed omicidio colposo plurimo.

Al di là delle azioni e omissioni penalmente rilevanti, concorsero al disastro di Stava una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzarono principalmente nell'aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditività economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie sia degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni.

II sec. d.C. - Dopo tali disastri, chiudo con una bella notizia; era molto tempo fa, diciamo 2000 anni fa per far prima, gli ingegneri romani decidono di costruire una diga. Siamo in Spagna, precisamente nella città di Almonacid de la Cuba. Ebbene quella diga è ancora al suo posto, e funziona perfettamente. Lo sappiamo perché recentemente è diventata famosa per aver salvato molte vite; le acque straripanti della diga, vengono deviate lungo il fianco della collina, lontano dalla città, evitando l'inondazione e danni alle case. E la diga non è crollata nonostante tutto.

mercoledì 16 ottobre 2024

Un tempo qui era tutta campagna

C'è voluta la siccità dell'estate del 2022 per far affiorare lo scolmatore del lago artificiale più utile per Genova: 25 milioni di metri cubi di acqua per dissetare una città che ha patito una sete cronica sino al 1959.
La gita al Lago artificiale era una tradizione imperdibile dell'estate al Paese. E non passava anno in cui i vecchi non ci raccontassero la leggenda del paese di Frinti, scomparso sotto 70 metri di acqua, ma con il campanile (fantasma) ancora in funzione. Una baggianata a suo modo affascinante, almeno quanto l'invenzione di Nessie, che ha portato nel 2004 ad alcune verifiche, per stabilire che a Frinti non esisteva nessuna chiesa e che le poche case sommerse erano oramai dei cumuli di pietre.

Ma tolte le leggende, questo prodigio idraulico compie oggi 65 anni, durante tutto questo tempo non ha mai smesso di funzionare. Il padre, in realtà più di uno, si chiamava Vittorio Sardo, e all'epoca del progetto della diga aveva 24 anni. Orgoglio ingegneristico della sua epoca, la diga è meta di visite guidate sia per scuole che per privati. In questi giorni di piogge abbondanti la scorta di acqua potabile, che viene condivisa con Piacenza, è al completo e si rende necessario uno svuotamento controllato dell'eccesso, dimostrando come la manutenzione dell'impianto sia fondamentale per la sicurezza, non solo dell'intero bacino idrico, oggi zona faunistica compresa nel Parco Regionale dell'Antola, ma anche della qualità dell'acqua che esce dai rubinetti dei genovesi. La famosa acqua del sindaco.


 

lunedì 14 ottobre 2024

Un tempo qui era tutto biscotti

Un lago artificiale, presto maledetto, per tutta una serie di ragioni, per prima cosa perché la sua acqua alimentava le fontane del Doria, soldato di ventura, condottiero senza scrupoli, despota e dittatore. Poi ci si mise pure il fato a far vittime, che quelle acque limacciose e stagnanti erano una trappola per ragazzetti spericolati. Quindi LagaccioA risolvere la questione ci penserà dopo 450 anni la speculazione degli anni '60, che interrerà tutto trasformando l'acqua in parcheggi, campi di calcio e suolo edificabile.

E i biscotti? quelli ce li mangiamo ancora anche se il lago è scomparso, e li producono altrove, ma posso dirvi che sono buonissimi.


giovedì 10 ottobre 2024

Chi muore giace, chi vive si da pace

Gianluca è morto ieri notte, dopo tre mesi di ospedale. Lo racconta mamma Dina, parla con tono tranquillo, quasi sollevato. Gianluca era disabile, motorio, intellettivo e psichico, la madre lo ha cresciuto ed ha badato a lui per 56 anni. E' stata una prova durissima; crescere un figlio che non sarebbe mai stato indipendente. E nel frattempo la vita scorreva. Oggi Dina è sola, nella grande casa in cui ha vissuto con la sua famiglia, si è tolta un peso dal cuore; morire e lasciare suo figlio alle cure di estranei era qualcosa che non riusciva ad accettare. Nulla è come l'amore di una madre.

Come Dina altri, genitori anziani, affaticati, afflitti, salutano i loro figli, liberati da un corpo difettoso, una crisalide che imprigiona le loro anime. Se la morte può considerarsi un sollievo, questi sono i casi in cui lo diventa.

domenica 18 agosto 2024

Qui non ci sono estranei, solo amici che non hai ancora incontrato

E' il 18 agosto 1928 quando Guglielmo Baldassini aziona la sua cinepresa 9,5mm, nel porto di Genova.
Un breve filmato amatoriale (visibile su HomeMovies100 - Archivio Nazionale del film di famiglia). Si vede una nave che entra in porto, la cinepresa la segue. Baldassini poi passa in rassegna alcune poppe di diverse barche a vela, riprese da una barca in movimento.
Ad un certo punto vicino ad una bitta compare il figlio Luciano, con un cappello da marinaretto saluta il babbo.

Poi un gruppo di portuali che avanzano su una barca a remi. Ma queste barche appaiono come nani in confronto al transatlantico Giulio Cesare, attraccato in attesa del prossimo viaggio sulla rotta Genova-Buenos Aires.
Qualche mese dopo, proprio a bordo del Giulio Cesare, partiranno da Genova, Giovanni Bergoglio con la moglie Rosa e il figlio ventunenne Mario, rispettivamente nonni e padre di Jorge Mario Bergoglio, al secolo Papa Francesco.

E così, oggi mentre cammino per il porto, scansando i turisti distratti, cerco nel mio tempo parallelo le tracce di questo passaggio, la bitta di Luciano, e di chissà quanti altri bimbetti che negli anni se ne sono appropriati. In fondo cento anni, per una città millenaria non sono che un battito di ciglia. E poi a ben scorgere, con occhio attento, ci sono altri indizi, dettagli dimenticati dal continuo rosicchiare del tempo, superstiti e testimoni.
Qui nulla ci appartiene, il tempo è fermo, è l'uomo che passa.


Reference: Il porto di Genova - su www.homemovies100.it & Biblioteca Salaborsa.

domenica 19 maggio 2024

Tanto va la gatta al lardo che ...

La chat di quartiere a volte riserva delle chicche spassosissime, altre volte invece mi permette di scoprire che vivo accanto a perfetti imbecilli, ed anche questo può essere utile.

Ultima in ordine di tempo questo tipo che scrive:

Buongiorno ho trovato questo gatto nel mio giardino. Mi sembra molto affettuoso, e abituato a stare con le persone. Non so se gira in giro o si è perso.

Dopo una serie di commenti inutili al limite del teatro dell'assurdo, finalmente ecco che arriva Lei...

Confermo è il NOSTRO GATTO! Si chiama Pinky Pie, è vaccinato e curato e gira libero perché è stato impossibile non farlo uscire dal giardino. A casa è super coccolato da noi ma soprattutto dal suo fratello Rainbow molto più schivo. Sono inseparabili a casa non si staccano un secondo, ma Pinky è uno spirito libero (e anche molto affettuoso, si fa fare coccole da chiunque)
Chiedo a tutti di spargere voce e invitare auto e motorini ad a dare piano nelle nostre vie. Oltre agli umani, ci sono anche tanti mici che girano e certe accelerate le eviterei in vie che dovrebbero essere considerate di fatto pedonali.

La risposta non si è fatta attendere molto...

Ok allora mi faccia sapere quando il mio cane, pure lui spirito libero che si chiama Birillo ed è molto affettuoso, può venire a raspare le aiuole e cagare nel suo giardino.

Nessuna replica pervenuta

Che poi a me un paio di pensieri arrivano: dunque... la tipa ha due gatti, li lascia liberi di uscire ed andare ovunque, perché rispetta la loro natura di Gatto dallo Spirito Libero, quindi gli altri devono fare attenzione, ospitarli nei loro giardini e magari pure in casa, e se girano in auto o in moto, visto che la proprietaria ha deciso che in virtù dello Spirito Libero del SUO gatto, tutto il quartiere deve considerarsi isola pedonale, devono andare piano per non rischiare di investirlo.

Ma che visione del mondo ha questa persona?

giovedì 25 aprile 2024

Quando conosci la storia ogni cosa ha un valore diverso

A vederla così, oggi, si potrebbe pensare ad un qualsiasi rudere, i monti liguri ne sono pieni, ed era proprio quello che pensavamo noi ragazzetti, che passavamo davanti a questa casa diroccata (1390 m.slm) per salire al Monte Antola per le nostre escursioni vacanziere. Dentro c'erano ancora i tavoloni di legno, le panche e quell'arredo semplice delle case dei montanari, la stufa in ghisa, enorme, il lavatoio di ardesia e tutta una serie di cose che il tempo sgretolava con diligenza, piatti, bicchieri, posate, tante bottiglie. Quando assieme a noi c'era qualche vecchio del Paese, guardava dentro la casa con rispetto e diceva: questa è la Cà du Piccettu.
Sembrava quasi che lo cercasse, che si aspettasse che Piccetto (Pettirosso) uscisse fuori a salutarci. E quando rientravamo in Paese, gli altri vecchi, alla sera mentre giocavano a carte, ci chiedevano: siete passati dalla Cà du Piccettu? e com'è? è ancora in piedi? e dentro cosa è rimasto? l'inverno ha fatto dei danni al tetto?
Alle nostre risposte seguivano notizie su particolari che nemmeno avevamo notato; che i vecchi del Paese quella casa la conoscevano come le loro tasche.

Il mistero di tutto questo interesse è finalmente stato svelato da uno scritto che dice più o meno così...

Antonio Navone nacque a Cerviasca il 5 giugno 1863; a ventiquattro anni si sposò con Caterina, dei Lavazzoli, un anno più grande di lui, in piazza Martinez, a San Fruttuoso (che da una dozzina d’anni appena non faceva più Comune autonomo dalla città). 

Perché si sposarono laggiù? Ci viveva lei? Ci lavorava lui?

La sua d’origine era una famiglia numerosa: qualche fratello emigrato, le sorelle sposate nei paesi vicini (solo una in paese, già anziana sposò un vedovo). Il fratello immediatamente più grande lo chiamavano il Mago.
Antonio e Caterina vissero ai Lavazzuoli: lei partorì sei figli; lui lo chiamavano Piccetto. 
Secondo il censimento del parroco di Senarega, a Lavazzuoli (Lavazzolo scrive) nel 1915 abitano sei famiglie per un totale di ventinove persone. Trent’anni dopo, nel 1944, ci risiedono ancora in ventisei, divisi sempre in sei famiglie. Ma a viverci effettivamente sono quasi il doppio: c’è la guerra, ci sono gli sfollati, e anche chi era andato via è ritornato.
Emanuele, ad esempio, ultimogenito del Piccetto (nato nel 1906), che al principio della guerra, con la moglie e il figlio undicenne, si era trasferito a Savignone.
Alla nascita di Emanuele, suo fratello maggiore, il primogenito (Giovanni in parrocchia, Giuseppe in Comune) aveva diciotto anni. Nato nel 1888 e vissuto a lungo in America, a Washington, aveva preso moglie a Roiale.
Dal matrimonio, celebrato a Senarega nella primavera del 1925, nasce un solo bambino, venuto al mondo il 5 di febbraio del 1926, di venerdì.
Antonio, come il nonno.
Il nonno Piccetto che era morto da tanti anni. “Morto nella sua casa osteria posta sull’Antola” scrive il parroco. Era l’estate del 1917, il 31 di luglio; aveva 54 anni e due figli -Genio e Giaco- militari sull’Isonzo – e infine a casa.
Per tornare dall'America, saggiamente, il primogenito Giovanni/Giuseppe aveva atteso la fine del conflitto.

A novembre” -1943- “è appeso ai “canti” il manifesto di chiamata alle armi del primo scaglione della classe 1925, sotto la Repubblica di Salò. Sono brutti momenti, a casa non si dorme più, anche perché io sono di marzo del 1925. È necessario trovare una famiglia disposta ad ospitarmi fuori Torriglia. Mio papà parla con discrezione a dei contadini, mia madre molto più convincente si accorda con il Cobbe dei Rossi di Piancassina per ospitarmi. Il paesino si trova nella alta Val Brevenna, sotto la casa del Piccetto presso l’Antola” – scrive Tan negli anni Settanta, nel suo bellissimo diario della guerra.
L’otto dicembre 1943 parto, vado lassù, la gente è bravissima il paese è carino, vi sono tanti giovani, faccio subito amicizia, mi procurano due fucili avancarica. Quello di Alfonso è con le canne corte e “lise”, quello di Genio è più robusto. I contatti con la mia famiglia sono costanti grazie ad un mercante che settimanalmente viene a comprare delle formaggette. Mia mamma all’insaputa di mio padre mi fornisce polvere e pallini; il papà all’insaputa della mamma pure. Il tabacco mi arriva tramite mia sorella che ha la rivendita a Torriglia.
Fumano tutti, anche i bambini. Rinaldo poi è un patito, siamo costretti a mettere un po’ di polvere da sparo nella sigaretta, quella fa una bella fiammata appena accesa bruciandogli le ciglia, ma lui non desiste, è pronto a ricominciare.
Si comincia alla sera verso le 17,30 a giocare a carte: poi Alfonso racconta avventure di caccia: “balle” grosse come l’intera vallata.
A me proprio non vanno giù perché le mie giornate di caccia sono scarsissime, senza contare i capricci della polvere che a volte fa cilecca e mi annerisce il viso. La Rosin mi sgrida dicendomi che una volta o l’altra rimango senza testa.
Genio conosce tutti i trucchi per tendere le trappole per le volpi; a volte però rimangono i cani, sovente quelli di Antonio della Piccetta, così noi abbiamo congegnato un semplice arnese per liberarli: è un attrezzo con l’estremità a forca: si immobilizza il cane, prima dal collo, mentre un altro deve allargare le molle con l’attrezzo stesso”.

Lassù a Piancassina (Pian Cascine per il prete) Tan resta poco; trova ospitalità a Chiappa, da Nesto e Nita (“a Chiappa sto veramente bene, c’è tanta gioventù, ragazzi e ragazze” scrive; “il 29 giugno, San Pietro, è festa sull’Antola, si va a ballare, c’è molta gente, i rifugi riaperti dopo l’inverno sono pieni, si ci diverte, si dimentica con la bella giornata di sole la guerra, rientriamo verso sera”); la terza decade d’agosto reparti della Wehrmacht e delle forze armate di Salò puntano -da Chiavari, dal Pertuso, da Scoffèra- verso l’Antola; alla Casa del Piccetto c’è un distaccamento di partigiani, il comandante viene da Voltri, classe 1915, ha fatto la Benedicta; lo chiamano Sirio.
Nel primo pomeriggio del giorno 24 le avanguardie del rastrellamento son sul Prelà e sparano verso la casa del Piccetto: un partigiano, un ragazzo di Ottone, viene ferito ad un polmone. Lo portano via su una lesa: dai Musante un dottore gli estrae la pallottola, poi proseguono in giù fino ai Campassi; lo nascondono in una buca nel bosco: si salva.
Alla sera nell’osteria di Nesto, armato di mitra (e di quattro bottiglie di liquore da consegnare ai compagni) entra un partigiano del gruppo di Sirio: vuole dei muli. Non glieli danno: servono per un trasporto al Molino l’indomani mattina. Volano parole grosse. Alla fine qualcuno dice: ce ne sono a Piancassina, prova là.
Verso la mezzanotte Tan lo accompagna fino alla Casa del Piccetto, a posare le bottiglie, e insieme scendono a Piancassina a prendere i muli. Li ha Gasparino (classe 1911): “altra discussione animatissima” scrive Tan, “malgrado il mitra puntato”.
In fine, “Gasparino veste i muli e ci avviamo verso Senarega, nel tragitto si sentono numerosi spari, distinguo sia le velocissime seghe di Hitler che le più lente mitraglie Saint-Etienne dei partigiani. Mi rivolgo a Gasparino per chiedergli se la direzione degli spari è quella verso la Cappella del Roiale, in quel momento mi accorgo che il nervosissimo partigiano si è volatilizzato al sentire i primi spari. “Caro Gasparino, bisogna aver pazienza, sarà stato stanco, in fondo abbiamo girato tutta la notte”, quello mi risponde con un mesto sorriso, prima di ritornare a Pian Cassina ed io in Chiappa dove ormai è già chiaro e mi riposo un po’.
Al pomeriggio giochiamo a tennis (!), ignari che i tedeschi per rincorrere Antonio della Piccetta dopo che li ha abilmente seminati, stanno venendo verso di noi. Al “mani in alto” imposto da quattro militari tedeschi Antonio, fingendo in un primo momento di ubbidire, risponde mettendo in moto le sue lunghissime gambe e come un camoscio, anche se con una caviglia slogata, riesce a schivare le raffiche di mitra e a rifugiarsi in un canalone boschivo e a farla franca”.
Antonio sposa Ines nel 1957, nel 1958 nasce -a Busalla- il loro primo figlio. All'inizio degli anni ’60 risiedono ancora ai Lavazzuoli; oggi della Casa del Piccetto restano i muri.

lunedì 26 febbraio 2024

Le trappole e gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede

 

La scala della casa al Paese trova una nuova veste, ed io sorveglio che il mutamento non sia troppo radicale, che rimanga un po' di passato, nascosto sotto un garbato strato di calce, qualcosa che parli a chi conosceva e sa leggere indietro.

Tuttavia una sorpresa l'ho avuta da un famiglio che mi dice:
zio sai... questa è come in quella poesia di Montale che abbiamo studiato a scuola, quella sulle scale. Ed io che dopo un po' ho ripescato nella memoria, dico a questa testolina...

Ho sceso dandoti il braccio
almeno un milione di scale ...

ed ora che non ci sei
è il vuoto ad ogni gradino...


L'ultima parte l'ho taciuta, perché quella scala è stata percorsa da un numero considerevole di persone che non ci sono più e ricordarsele tutte era cosa ardua; e poi lo scopriranno da loro. Anche per avere nostalgia ci vuole l'età giusta.

mercoledì 14 febbraio 2024

La strage di S.Valentino ❤️

Accadde tra il 13 e il 15 febbraio del 1945. Tre giorni di inferno che causarono la morte di 250mila persone, principalmente profughi e civili tedeschi. Era la prima rata del conto, salatissimo, spettante alla Germania Nazista; un paio di mesi più tardi anche Berlino avrebbe conosciuto quella che passerà alla storia come dresdizzazione, ovvero bombardamento a tappeto ammazzatutti, ma peggio, pure bastardo. Il 30 aprile poi l'epilogo che sappiamo, con la morte del regista di tutta la faccenda a 56 anni appena compiuti.
Questa pagina tragicissima della fine della II GM è mirabilmente raccontata in un libro presentato come:

Le avventure di una signorina tedesca che si vende ai vincitori russi e americani per sfuggire alla morte e per ricostruire una vita di purezza.

Recita così la sovracopertina del libro di James McGovern, dal titolo Fraulein, scritto nel 1959. La guerra era terminata da 14 anni e la storia, vera, è scottante e scomoda. Quando la prof ci diede il compito di trovare letture estive di cui relazionare al rientro, pensai di scorrere la lista dei desiderata che ci aveva rifilato lei. In modo molto pratico, mio padre una volta visto l'elenco sentenziò: in casa ci sono già dei libri, ci manca solo comprarne degli altri, prendine un paio che ti piacciono dallo scaffale in corridoio e finiamola lì, che ora non c'è tempo per scendere in città a far spese. Nella libreria della casa al Paese c'era in effetti tutto ciò che varie generazioni avevano setacciato e macinato, residui e grandi classici da rileggere al sole dell'estate. Pure i Grand Hotel ed i romanzetti di Liala della romantica zia Esterina. Oggi quel volume è tornato al suo posto, dove riposava da diversi decenni e dove qualche altro famiglio lo troverà, forse, in occasione di un nuovo giro di letture scolastiche estive, legate in qualche modo al programma di storia. A questo punto della vita della libreria del corridoio ci sta pure Hosseini. Accanto ci troverà anche La pelle di Curzio Malaparte, che racconta invece la versione napoletana della faccenda, stessa guerra stesso periodo, donne e uomini che cercavano di sfuggire al disastro come potevano.

Una cosa che ricordo chiaramente fu il disappunto con cui la prof. di italiano accolse la mia scelta, che non aveva seguito il suo elenco di 'letture consigliate'. Ma se erano consigliate non significava doverle scegliere. Quell'anno, la questione compiti si chiuse abbastanza in fretta per tutti e ricordo perfino che la cugina P. scelse Guerra e Pace, non senza un certo disagio reverenziale, mentre la sua compagna di classe e vicina di cortile, ci dilettò con due volumetti consigliati, che tuttavia avevano meno appeal della mia 'signorina tedesca che si vende...

Tornando alla dresdizzazione invece, ecco una tattica astuta per sbarazzarsi dei nemici, o comunque per fiaccarne lo spirito combattivo: quindi se dovesse capitarvi di pianificare il bombardamento di una città europea, ecco alcune cose da sapere:

1) si aspettano dei giorni di tempo secco, in modo che il legno delle case sia ben asciutto, quindi si procede ad un primo passaggio di bombe esplosive, con lo scopo di scoperchiare i tetti delle case.

2) a seguire serve un secondo passaggio con spezzoni incendiari, che trovavano facile combustibile nelle case scoperchiate. Il vento aiuta molto questa fase.

3) ultima fase è un passaggio di bombe a scoppio ritardato con lo scopo di colpire i soccorritori e diffondere gli incendi. Se in tutto questo vi capita di colpire ospedali, asili, scuole, chiese e centri artistici come musei e biblioteche il successo è garantito.

Se avete ancora dubbi o remore vi lascio il tutorial...


Alcuni storici dicono che questa faccenda sia ascrivibile come 'crimine contro l'umanità', ma voi non preoccupatevi col tempo certe cose si dimenticano.

sabato 6 gennaio 2024

La superba Genova ama essere guardata con sguardi superbi, alti e alteri

Dice così Edoardo Sanguineti, poeta, scrittore, drammaturgo, critico letterario, traduttore e politico, pensando alla sua città.

Che a Genova le piazze sono poco più che fazzoletti, e ci vuole molta alterigia per definirle tali. Per farsele bastare bisogna assegnar loro natali nobilissimi oppure nomi aulici; tipo questa, che a vederla, un foresto poco abituato alla città storica, potrebbe pensare ad una foto fatta dal fondo di un pozzo o di un camino, ma invece è una piazzetta che ha una sua storia segreta e regale. Si tratta dell'amore malandrino tra Tommasina Spinola e il re di Francia, Luigi XII. Era il 1499 quando il re si invaghì della fanciulla; giovane e di bell'aspetto e con la fama di sciupafemmine; 37 anni lui e 25 anni lei, si incontravano in questa piazza per i loro appuntamenti romantici.
Un giorno Tommasina ricevette una fake news, il re è morto, dissero le invidiose comari. Lei ci credette e il dispiacere la fece morire di crepacuore. Quando Luigi XII tornò a Genova e gli fu comunicata la morte dell'amante, si recò proprio in questa piazza oramai familiare e disse “Avrebbe potuto essere l'amor perfetto”. Poi ripartì per andare a conquistare Napoli con le sue truppe.
E gli abitanti che udirono le parole del re, subito dissero: diamo il nome a questo luogo... la piazza dell'Amor Perfetto. Ma come ben sappiamo l'amor perfetto non esiste, può giusto dare il nome ad una piazzetta fuorimano, ma fa bello crederci. Quindi l'amor perfetto è un cielo limpido imprigionato dai palazzi secolari. Che poi il Luigi, il franzoso, non è che fosse così casto e fedele, e forse Tommasina lo sospettava pure, ma vuoi mettere filarsela con il re di Francia e far schiattare d'invidia tutte le amiche.

lunedì 25 dicembre 2023

La tradizione è la custodia del fuoco non l'adorazione della cenere

500 anni fa, esattamente nel 1523 a Bergamo, un pittore riceve l'incarico di dipingere una natività, lo farà magistralmente, usando una tavola lignea di 50x40 cm, su cui rappresenterà, all'uso della sua epoca, Maria e Giuseppe in abiti rinascimentali inserendoli in quello che si pensava fosse il paesaggio in cui nacque Gesù. Nel quadro ci sono moltissimi simboli interessanti, tipo la firma del pittore su una pialla da falegname, una bisaccia che preannuncia la fuga in Egitto, ma la curiosità maggiore è quel crocifisso alle spalle della culla, un distopico spoiler di ciò che sarebbe accaduto trentatré anni dopo.

Questo piccolo quadro è ricco di rimandi simbolici, che testimoniano due cose, la profonda conoscenza della Bibbia da parte dell'artista, ma anche il desiderio del committente di avere un'opera all'altezza della propria cultura. Tutti questi intrecci sono una sorta di meme, il quotidiano ricordo di un messaggio di speranza, che non è solo quella fanfaronata dai preti di ogni epoca per far cassa. A guardar bene c'è di più, qualcosa che non è fede bigotta, ma fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di vivere nel mondo con armonia. E cos'altro potrebbe evocare questa immagine, con una simbologia talmente evidente da renderla emblematica. Insomma vederci solo la classica natività è quasi una bestemmia.

lunedì 13 novembre 2023

Il rito della chiusura dell'acqua

La chiusura dell'acqua era la certificazione della chiusura della casa al Paese e dell'arrivo dell'inverno. La procedura prevedeva che ZiaMaria salisse alla presa con uno straccio e dello spago, e la chiave dello sportello nella tasca del grembiale. Una volta chiuso il rubinetto lo avvolgeva con cura nello straccio e legava il tutto con un nodo suo personalissimo per scoprire se qualcuno ci aveva messo le mani.
A seguire in casa si potevano aprire i rubinetti per svuotare i tubi, contemporaneamente la figlia di ZiaMaria, la Enzina, metteva un poco di paraflu nella vaschetta del wc e negli scarichi dei lavandini.

A questo punto il rito era completo, i rubinetti si lasciavano aperti e la casa era pronta per affrontare i freddi ed umidi inverni del Paese.
LaTilde che pativa abbastanza queste situazioni, recriminava sempre di dover lasciare la casa senza riscaldamento, che le case fredde chiamano le muffe e l'umido diceva. Quindi rimpiangeva i vecchi tempi in cui le stufe asciugavano i solai e rendevano eterna la ghisa del ronfò e tutta una serie di altre faccende da vecchi montanari, come sciogliere la neve dal tetto o levarla dall'aia, dai davanzali e dalle porte. Per LaTilde lasciare la casa era come abbandonare un cucciolo nel bosco, un delitto. Ma poi chi sarebbe rimasto a vivere al Paese per tutto l'inverno? Con la neve che blocca la strada e magari la tormenta che ti lascia al buio per settimane intere?
E fece bene LaTilde ad andarsene a vivere in città, lasciando al tempo ed agli inverni la sua casa, che ancora oggi aspetta il suo ritorno.