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sabato 5 settembre 2026

Rimarrà quello che siamo stati per gli altri

Questa storia inizia a Genova, nel quartiere di S.Martino, dove Luigia Borrelli, infermiera di 27 anni, conosce Mario Andreini, magazziniere divorziato. I due si innamorano, si sposano, ed hanno due figli, Roberto e Francesca.
Tutto bene sin verso la fine degli anni ottanta, quando Andreini decide di aprire un bar; non avendo i soldi necessari per ristrutturare il locale, l'uomo si indebita con gli usurai per 250 milioni di lire (circa 150.000 euro di oggi). Forse per via delle preoccupazioni dovute alla restituzione del prestito, nel febbraio 1990 Mario muore d'infarto, lasciando a Luigia due figli adolescenti da mantenere e, sorpresa, il grande debito da ripagare.

Minacciata e pressata dagli usurai, nel 1992 Luigia decide di fare una scelta radicale e forse disperata: si licenzia come infermiera e inizia a prostituirsi con lo pseudonimo di Antonella. Per poter esercitare prende in affitto un magazzino in Vico degli Indoratori, a pochi passi dalla cattedrale di San Lorenzo; pieno centro storico.
Nel luglio 1993 ha un giro di clientela piuttosto vasto, tanto da potersi permettere di pagare affitto e usura, attirandosi le antipatie delle altre prostitute che lavorano sotto protettore. Ai figli racconta di fare la badante presso un'anziana signora, Adriana Fravega, che in realtà è un'ex prostituta, proprietaria del magazzino dove Antonella organizza gli appuntamenti.

La mattina del 6 settembre 1995Antonella non è ancora rientrata a casa, la figlia Francesca, 19ennepreoccupata, chiama la Fravega.
La donna insospettita, si reca nel magazzino per controllare e qui trova una scena agghiacciante, il cadavere della Borrelli ricoperto di sangue, in un ambiente messo a soqquadro da quella che era stata una lotta tra aggressore e vittima. La donna presenta i denti spezzati, diverse ecchimosi e un trapano conficcato in gola. Dall'esame autoptico emerge che nessuna delle ferite sarebbe stata mortale, e che Antonella è morta successivamente per dissanguamento.

Il primo indiziato è il figlio Roberto, 22 anni, disoccupato, in passato aveva picchiato la madre ed è un abituale frequentatore della malavita locale. Non trovando nessuna prova a suo carico, viene scagionato.

Le indagini si spostano su Ottavio Salis, elettricista di 52 anni, che lavorava alla ristrutturazione del magazzino ed era cliente di AntonellaL'indizio più evidente... il trapano ritrovato era il suo. Sbattuto sulle pagine dei giornali come uno dei principali sospettati, ed accusato dalla Fravega, il 14 settembre 1995 Ottavio si butta dalla sopraelevata di fronte alla Lanterna, dichiarandosi innocente e morendo poco dopo in ospedale. Una settimana dopo, l'esame del DNA gli da ragione, scagionandolo.
La polizia brancola nel buio.

Il 25 marzo 1996 avviene un'altra morte sospetta: Adriana Fravega viene trovata senza vita nella sua abitazione, dopo aver assunto barbiturici. Suicida forse per aver accusato ingiustamente Salis.
Le indagini sono ancora in alto mare e il caso resta insoluto.

Nell'agosto 2004, alla Procura della Repubblica venne recapitata una lettera anonima scritta dal presunto assassino, in cui esprime il timore di essere arrestato. Ma anche questo rimane un indizio che lascia agli inquirenti solo ipotesi e un delitto irrisolto.

Il 14 novembre 2014, accade un altro fatto tragico: Roberto, il figlio di Antonella, da tempo in cura per problemi psichici, decide di togliersi la vita, buttandosi dal Ponte Monumentale di Genova.

Nel 2021 dopo 26 anni di indagini infruttuose, tutti i sospettati risultano morti. Il delitto di Antonella diventa un cold case.

Nel 2023 le indagini vengono riaperte in seguito al programma televisivo: Mostri senza nome - Genova. Seguono nuovi esami del DNA, e qui arriva il primo vero indagato, è un carrozziere genovese, Fortunato Verduci di 66 anni, a cui viene contestato un altro reato commesso nel 2023 in cui avrebbe rubato alcuni gioielli a una donna che lo ospitava.

Finalmente dopo trent'anni e tanti morti innocenti, il vero colpevole ha un nome.
La sentenza è attesa per il 6 ottobre 2026.

martedì 1 settembre 2026

Nessun posto è lontano, se dà senso al vostro viaggio

Questa città è piena di stranieri, l'egiziano della pizzeria, il bengalese dei cellulari, il pakistano del frutta & verdura, il marocchino che vende ciabatte di pelle di capra.

E poi c'è il cinese del negozio dei cinesi, arriva da Chongqing ed è in Italia dal 2008, non parla una sola parola di italiano. Non capisce un cazzo di shelf marketing o merchandising, butta la merce sugli scaffali polverosi un po' dove capita, è capace solo di dire: sì o no, e lo conferma con la testa. Preferisce dire Sì anche se non ha capito la domanda. Ma riesce a fare gli scontrini. Quando non ha clienti in cassa guarda dei video sul cellulare e ride. In cinese.

Nel negozio dei cinesi tutto costa poco, e non me lo spiego, perché le stesse cose negli altri negozi costano il doppio. Il cinese del negozio dei cinesi non parla italiano, ma sa fare i conti a mente e ti regala il sacchetto di plastica per metterci le cinesate usa e getta.

Mentre uscivo mi sono chiesto se riuscirei a vivere a Chongqing in un negozio di italianate, buttare la merce sugli scaffali alla cazzo di cane e passare il tempo a guardare video stupidi sul cellulare, e ridere. Senza sapere una sola parola di cinese.

Chissà se resisterà al cedimento dei negozi dei cinesi.

lunedì 10 agosto 2026

Non è illegale se lo fai abbastanza bene

La situazione è più o meno così; mare, scogli, alberi. Poi un camminamento sassoso, e intermittente. Ma qualcuno ha deciso che si può fare di meglio. Le parole magiche sono sempre le stesse: turismo, messa in sicurezza, fruizione, ripristino. 
Quindi ecco la proposta: cemento molto, acciaio inox, pietre di cava, tutto rigorosamente di design. Proposto con il solito sistema: immaginetta render di una visione ipotetica. 
Accattivante vero?

Costi  per la manutenzione di un'opera consegnata alle mareggiate invernali: non pervenuti. Chiunque capirebbe che non ha molto senso (ri)costruire in prossimità del litorale, perfino rubando spazio al mare. Quindi degrado rapido o continui ripristini. Ma son posti di lavoro e soldi pubblici. Bene così.

mercoledì 29 luglio 2026

Le persone non cambiano, al limite peggiorano

Cento chili di rifiuti in tre ore. Tanto è stato raccolto dai volontari di Legambiente in una delle zone più turistiche della città. Il primo pensiero è meritorio, io non riuscirei a sprecare il mio tempo per rimediare alla maleducazione degli altri. E poi ogni anno è la stessa storia, negli stessi luoghi. Quindi c'è qualcosa che non funziona e azioni che non risolvono.
Ma vado oltre.
Possibile che per tenere pulita la città ci sia bisogno di avere dei badanti?
Gente che circola con la palettina a raccattare spazzatura che altri buttano ovunque. Lo trovo imbarazzante. Ma un motivo c'è, queste persone credono sia un loro diritto buttare spazzatura dove gli pare, perché pagano la tassa sui rifiuti e quindi pagano persone per raccoglierli.
Lo so che questo concetto ha dell'assurdo, ma vi assicuro che è così che ragionano, e lo scrivono perfino sui social, in risposta a quelli che condannano la sporcizia urbana come maleducazione dei cittadini.
Ingenui o coerenti? Non saprei.
Sicuramente scontano qualche trauma infantile mai superato. A seguire si lamentano perché il Comune non provvede a pulire sollecitamente. Nemmeno fossero dei neonati che frignano perché si sono cagati nelle mutande e la tata non li ha ancora cambiati.
Vi piace questo paragone?
Ecco credo che se c'è un atteggiamento definibile come fascista (per quel discorso affrontato nel post del 25 aprile) questo è un esempio. 
L'arroganza della pretesa, la risposta supponente a chi si lamenta, passando subito a contrattaccare e spostando l'attenzione sui doveri degli altri. Una manipolazione comunicativa abbastanza infantile. L'idea è che il bene pubblico sia lì, a loro esclusiva disposizione, da usare ed abusare in modo personale. Salvo poi minimizzare le loro azioni con ridicole giustificazioni.
Deprecabili per vari aspetti, ma etichettabili come atteggiamenti fascisti.

martedì 14 luglio 2026

Finiremo tutti in un letto singolo

Questo 2026 mi ha fatto venir voglia di cimitero, sarà che non è iniziato benissimo, ed è proseguito peggio, almeno a livello internazionale, tra Crans Montana, poi Venezuela, a seguire Iran e Stretto di Hormuz e varie ed eventuali, tanto per citarne alcuni. E qualcuno potrebbe dirmi (è successo): che te ne frega, mica intralciano la tua vita. Lo so, ma qualcosa resta dentro, chiamiamolo un generale senso di sconfitta dell'umanità e della furbizia della specie. 

E quindi eccomi al monumentale, a riflettere sulle tristezze del momento, e pure su quelle del mondo, mentre passo a salutare i miei famigli; tutti insieme appassionatamente, anche quelli che nemmeno avrei incontrato per motivi cronologici. Mi piace pensare che siano felici da qualche parte e in modi a me sconosciuti mi possano proteggere. In questo momento ho cinque generazioni a disposizione. Ma c'è qualcosa di più, mi piace pensare a quelle faccende sulla reincarnazione ed alle dimensioni parallele, tutte cose inconoscibili. Così resto meditabondo, leggo le epigrafi aspettandomi una rivelazione, e resto vittima di una felicità imprevista, circondato da cadaveri nella città dei morti. Forse il giusto equilibrio per affrontare il rientro nella città dei vivi.

venerdì 10 luglio 2026

Sestri Ponente, Esopo e il lupo

C'era una volta un giovane pastorello che portava al pascolo il gregge di pecore del padre vicino a un villaggio. Spesso, per noia, decideva di fare uno scherzo agli abitanti del paese: scendeva in strada e cominciava a gridare a squarciagola: «Al lupo! Al lupo!».

Inizia così Esopo, e la sua fiaba ci insegna una lezione importante: chi dice troppe bugie perde credibilità, e alla fine nessuno lo crede nemmeno quando dice la verità. 
Questa cosa bisognerebbe ricordarsela, soprattutto quando si pretende di avere la fiducia delle persone. Ma quello che leggo sui giornali locali mi fa pensare su alcuni aspetti che avevo sottovalutato. In  città ci sono molte, tante, persone esasperate, e non è il caldo, ma l'effetto di una politica locale che non ha ancora capito come si amministra un territorio, oppure non è capace a farlo, o non ne ha voglia, non ha tempo, non saprei, forse tutto messo insieme. Chiamiamola sciatteria, Non ci sono, non ascoltano e non capiscono.
Però a fine mese lo stipendio lo prendono. Tutti. 
I fatti di Sestri Ponente sono sulle cronache nazionali, e come sempre la stampa di regime non ha perso occasione per far vedere quanto è capace a confondere e strumentalizzare ogni sfilata, chi beneficia di questo? 
Non saprei.

Solitamente scoprire a chi giova, aiuta a trovare il colpevole. Ma qui una cosa è certa, non se ne giovano i cittadini. Le decisioni vengono rimandate e si preferisce far passerella e proseguire la cagnara in consiglio comunale piuttosto che mettersi a trovare soluzioni adulte e condivise.
Come sempre la politica sposta il dibattito, confonde, allude, crea tensioni anche dove non c'erano, esaspera, e non risolve, ma distrae.

E quello che più mi infastidisce è che le persone ci cascano, ci credono, accettano compromessi, ascoltano parole suadenti utili per spostare il problema altrove. Non per risolverlo o prevenirlo.
Un cumulo di incapaci che starnazzano.
E sabato a mettere la ciliegina sulla torta arriverà pure Vannacci.

venerdì 26 giugno 2026

Del resto, se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo

In questi giorni Genova è al centro di una serie di questioni pesanti, con sicurezza e degrado sociale arrivati al capolinea, ed i reati si accumulano, morti compresi. E io sono combattuto perché cerco di ragionare cercando di evitare gli stereotipi, per capire non tanto cosa stia succedendo, quello è molto chiaro, ma come le istituzioni pensano di affrontare il problema. 

Perché la frase più pronunciata da chi vive ogni giorno questo disagio (me compreso) è: ci siamo rotti il cazzo!

E la risposta delle istituzioni è: non alziamo i toni. (Salvo poi scannarsi in consiglio comunale).

A seguire la solita sequenza di verbi in politichese: faremo, applicheremo, provvederemo, bisognava farlo prima, e siccome ne stiamo parlando la cosa è già mezzo risolta. Tranquilli.
Ma ai sudditi non basta più.

Alcuni giorni fa, in un quartiere residenziale sono arrivate le ronde, ancora una volta i cittadini si sono organizzati con bastoni e passamontagna, dando inizio a una spedizione punitiva contro un gruppo di extracomunitari che da tempo staziona in spiaggia commettendo furti e vandalismi, aggressioni, scippi, occupazione abusiva di spazi pubblici e privati. Un segnale che dovrebbe preoccupare, ma paradossalmente la stampa di regime, etichetta la cosa con la tattica della colpevolizzazione del testimone; anziché affrontare il degrado segnalato, il potere ha attivato una rappresaglia per punire chi ha osato rompere il velo di omertà sistemica.

Questo atteggiamento era già diventato ben chiaro quando a Genova era venuto Simone Cicalone, che con i video di Scuola di Botte, testimonia e denuncia il degrado di Roma. La reazione istituzionale al suo video del giro in centro storico, di due anni fa, è un perfetto esempio di Victim Blaming dove il potere sposta la colpa del disagio su chi lo denuncia, con la tattica del: sei tu che crei disordine parlandone.

Quindi sono scettico, molto scettico, sulla capacità delle istituzioni di risolvere davvero la situazione, sia nel breve, ma soprattutto nel lungo termine.
Perché?
Perché non ne sono capaci, e lo hanno dimostrato in questi anni. Nel frattempo i quotidiani locali strumentalizzavano gli episodi di degrado, ognuno dal suo punto di vista, chi sciorinando un buonismo da operetta, pensando (ma veramente?) che una tavolata nel vicolo e due teglie di lasagne, risolvano i problemi del centro storico. Per contro i vannacciani, impegnati a sfogliare il manuale del piccolo Balilla in cerca di suggerimenti.
Insomma è sempre di proposte facilone e populismo che trasuda ogni intervista, grandi proclami e poca sostanza.

domenica 21 giugno 2026

Non si può lucidare uno stronzo... ma puoi arrotolarlo nei brillantini

Inizia l'estate, e come ogni anno, milioni di turisti arrivano a Genova convinti di essere persone educate, cortesi, rispettose degli spazi altrui. Poi scendono dalla nave da crociera e scoprono che, nella scala evolutiva della civiltà, stanno ancora dipingendo bisonti sulle pareti delle caverne.

mercoledì 17 giugno 2026

I buoni tendono a non durare


Il titolo del docufilm sul G8 è tornato nelle sale cinematografiche, soltanto per tre giorni. Sono passati 25 anni da quel 21 luglio 2001 eppure questo è, e resterà, un film scomodo.

Vi spoilero subito il finale: il film si conclude mostrando il trasferimento dei fermati nella caserma di Bolzaneto. Qui, il massacro fisico della Diaz, noto al mondo come macelleria messicana programmata, si trasforma in tortura psicologica e fisica sistematica: umiliazioni, insulti, minacce di stupro e l'obbligo di cantare canzoni fasciste. Vi ricorda nulla questa metodologia? No? Nemmeno se vi dico Global Flottilla?

Diaz non è un film da "guardare", è un film da "subire". È un'opera necessaria che funge da atto d'accusa permanente. Non cerca la catarsi, alla fine del film non ti senti meglio, ti senti svuotato e indignato. È un pezzo di cinema civile che trasforma il sangue sulle pareti, in una memoria collettiva impossibile da cancellare. Indispensabile, ma preparatevi a stare male.

E adesso il lieto fine:
nessuno dei responsabili ha fatto un giorno di carcere per i pestaggi. Lo Stato italiano ha dovuto pagare milioni di euro in risarcimenti alle vittime (soldi pubblici). La catena di comando che ordinò e coprì il massacro è rimasta in servizio per oltre un decennio dopo i fatti, alcuni di loro furono perfino promossi di grado.


In chiusura riporto una considerazione che condivido, e che fa parte dei miei pensieri circa la persistenza del 'fascismo' all'interno della mentalità di certi italiani, presa dal blog di Fiamma:

Il fascismo non è solo un fenomeno storico circoscritto nel tempo e morto 80 anni fa (....), ma è un persistente stato mentale nutrito da ignoranza, qualunquismo, razzismo, xenofobia, omofobia, odio e maschilismo.

domenica 14 giugno 2026

Il sacro catino - breve storia di un'insalatiera verde

Questa storia comincia nel 1101, quando Guglielmo Embriaco rientra dalla Prima Crociata con un bottino straordinario tra cui un piatto esagonale verde, preso a Cesarea Marittima in Palestina. Lo descrive come un vaso di verde intensissimo. E lo dona alla cattedrale di Genova.
In altre epoche si parlerebbe di ricettazione ma per il clero genovese invece è una reliquia dell'ultima cena. A montare il marketing ci pensa Jacopo da Varagine, nel 1252, l'arcivescovo scrisse la Leggenda Aurea e identificò il piatto con il catino dell'Ultima Cena. Non sappiamo in base a quali informazioni, ma all'epoca le persone erano semplici e se un religioso affermava qualcosa con convinzione, ci credevano.
Siccome fa brutto dire: Belin ci siamo fatti fregare, per i secoli seguenti la storiella del piatto di smeraldo dell'ultima cena venne mantenuta viva. Questo permise al cardinale Luca Fieschi di usarlo come pegno per un prestito di 9.500 lire (circa 20 milioni di euro attuali).
Quando la città nel 1327 lo riscattò, emanò una legge: il Catino non poteva più uscire dalla sacrestia della Cattedrale di San Lorenzo. Mai più.

Da quel momento, la città smise di trattarlo come una reliquia e iniziò a trattarlo come un'arma diplomatica. Nel 1409 il governatore francese Boucicault tentò il furto. Fallì.

Nel 1522, durante il sacco delle truppe di Carlo V, la Repubblica pagò 1.000 ducati (circa 750.000 Euro) a un capitano imperiale per tenere lontano i saccheggiatori dalla sacrestia. Mille ducati per proteggere un piatto di vetro; ma non lo sapevano ancora.

Tutto bene sino al 1806 quando Napoleone requisisce il Catino e lo porta a Parigi. È lì, in un ambiente immune dalle suggestioni cattoliche, avviene l'analisi chimica: il verde accecante non è uno smeraldo, è vetro soffiato romano, colorato con ossidi di magnesio e potassio.
Datato al I secolo d.C. Un manufatto senza alcun valore religioso.
Il Catino tornò a Genova il 14 giugno 1816, frantumato in 10 pezzi, con uno mancante.

Il restauro del 2017, condotto dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ha confermato la datazione: I secolo d.c. epoca romana, vetro. Oggi i cocci ricomposti sono visibili nel Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo. Lo apprezzo come antico e raro manufatto di epoca romana (rotto).

Settecento anni di guerre sfiorate, prestiti, leggi speciali e ducati spesi, per un piatto che i romani usavano a tavola nel I secolo e che qualcuno, in un momento imprecisato, aveva portato in Palestina prima che i crociati lo razziassero pensando fosse di smeraldo. Custodito integro per 1800 anni. Nemmeno i bicchieri della lista di nozze della nonna sono durati così tanto.


In chiusura questo, lo chiamano: piatto in vetro verde. Ritrovato a Pompei e conservato al Museo archeologico di Napoli; non può vantare le spericolate avventure del suo coetaneo genovese, ma resta pure lui un incredibile testimone di ciò che era possibile trovare su una tavola pagana di duemila anni fa.

domenica 31 maggio 2026

La storia non è altro che un diario di guerra


Ci sono voluti sette anni per costruirlo, ma il 31 maggio del 1931 era pronto ed il regime inaugurava in grande pompa un blocco di marmo d'Istria alto 27 metri, noto come Arco della Vittoria.

Oggi lo sappiamo, quel monumento rappresenta il massacro di 13 mila soldati liguri; ed è anche andata bene perché solo il 44% degli arruolabili finì al fronte, contro il 74% di altre regioni. Ma la questione fu che mandarono in trincea contadini e operai impreparati alla guerra, ma decisi loro malgrado a difendere un orgoglio nazionale che era prerogativa di altri.

Siccome siamo in epoca di risultati, ecco qualche considerazione strappata alla chat GPT:

  • La I guerra mondiale costò all'Italia 148 miliardi di lire dell'epoca (il doppio di quanto lo Stato avesse speso in tutta la sua storia dal 1861 al 1914).

  • Provocò un'inflazione galoppante che distrusse i risparmi della classe media.

  • Causò una brutalizzazione della società che portò direttamente alla nascita del Fascismo.

A questo aggiungo un bilancio di 650 mila soldati italiani morti. A questo numero bisogna poi aggiungere i decessi causati dalla pandemia Spagnola, altri 600 mila civili, a cui si aggiungono i 600 mila decessi per conseguenza diretta dei bombardamenti sulle città.

In estrema sintesi, durante la guerra morì il 3,5% della popolazione italiana.

A questo punto mi chiedo: ha senso avere una piazza con uno scatolone di pietra che ricorda una delle pagine più tristi della storia patria? Ha senso circondarsi perennemente di simboli e memorie di tragedie se poi puntualmente queste disgrazie vengono riprodotte e ripercorse a cadenza quasi regolare, e in tutto questo troviamo pure giustificazioni nobili, orgogli indotti, sacrifici accettabili, bramosie territoriali ed economiche ineluttabili, e pure benefici, ma solo per pochi ed a spese di molti, spesso di altri.

Mi è difficile scorgere l'orgoglio nazionale in tutto questo, ravvedo una scellerata politica di autodistruzione, una vergogna, per uno Stato che mandò al massacro un'intera generazione, che in tre anni bruciò 50 anni di risorse economiche utili per creare benessere, si ritrovò gli istituti pieni di invalidi, disadattati e orfani, e causò un disagio sociale impressionante.


Poi nel giugno del 1942 qualcuno ci trebbiò pure il grano

E se in tutto questo ci fossero ancora dei dubbi su qualcosa che ci piace pensare superata dall'attuale società civile, ecco che leggendo della leva coatta in Ucraina me lo sono tolto, nessuna capacità di crescita in consapevolezza dei governi del XXI secolo.

giovedì 21 maggio 2026

Non sarà il canto delle sirene ad addormentarci il cuore

Ferma la nave, ascolta la nostra voce.
Nessuno è mai passato di qui con la sua nave senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più saggio...

Cresce in modo esponenziale il numero di persone "distratte", e non sarà il canto delle sirene ma quello dei furbofoni, ad addormentare i cervelli.
Con questa foto i bibliotecari chiedono ai lettori di riportare i libri al bancone piuttosto che abbandonarli dove capita, scatenando una caccia al libro che spesso rende introvabili alcuni volumi per settimane.

Chiedere agli utenti una cortesia del genere è come dire: attenzione la fiamma è calda!
Il normale buon senso latita, ma credo ci sia dietro qualcosa di più profondo, in un'epoca affannosamente alla rincorsa dell'Intelligenza Artificiale, anche le funzioni più elementari sono perdute nell'atrofia dilagante.

domenica 17 maggio 2026

Il passato è un sogno da cui ci svegliamo ogni mattina

Immagini come questa affollano i social locali, prima e dopo, ed il confronto passato-presente è sempre un'ode malinconica alla bellezza perduta. Sarà anche così, ma viene dimenticato che tra i due scatti sono trascorsi circa 150 anni, due guerre mondiali, e non saprei quanti altri eventi che hanno determinato una crescita economica inimmaginabile, che ha giovato a tutti, la città non sarebbe com'è oggi senza. 
Tuttavia c'è una sorta di malia, riconoscere nella città del presente qualcosa che c'era in quella del passato, sarà un desiderio di appartenenza al luogo, una sorta di rassicurazione. Ci sono interi reel su queste faccende, ora che possiamo fare confronti. In passato non lo facevano, forse perché i cambiamenti erano lente evoluzioni e venivano percepiti come miglioramenti; oggi invece pare sia il contrario.

sabato 2 maggio 2026

Finché eravamo giovani Era tutta un'altra cosa Chissà perché?


Quello che vedete nella foto è il tipo di tram che preferisco. Alla faccia di quelli modernissimi che hanno ripreso a circolare in alcune città. Orrendamente futuristici, mi sembrano delle supposte. Ecco se avessi il potere per farlo, i nuovi tram di Genova li rifarei esattamente così, e nel farlo ricorderei quanto sia divertente circolare sui tram di Lisbona

Passando a cose serie invece, in questi mesi, in città infuria la polemica sulle nuove obliteratrici. Sono complicate da utilizzare. E quindi mi chiedo: come mai un'azienda con un buco di bilancio di 280 milioni di euro, decide di rottamare le vecchie timbratrici a inchiostro e sostituirle con le nuovissime a lettura QR code?

Rimarco che il primo disagio è riuscire a farle funzionare, il secondo è ricordarsi a che ora scade il biglietto, perché l'orario di inizio viaggio non compare. Bisogna ricordarselo.

E qui torno al mio tram verdino (1970 circa), dove quando salivi c'era un omino con divisa e cappello che ti vendeva il biglietto. Lo chiamavano bigliettaio e se ne stava appollaiato in un trespolo tipo questo in foto, se non pagavi nemmeno ti faceva salire. Era semplice.

Oggi le stime dicono che sulla quantità totale di multe, viene recuperato il 3% (tre per cento) e c'è pure un ufficio apposito per il recupero, ma sempre il 3% rimane. Il 97% invece non paga e la multa la butta appena scende dal bus.

Non serve un genio per capire che il sistema è inefficace; ma non solo quello delle multe, anche quello delle nuove timbratrici. Non funziona ma ci si ostina a far finta che funzioni, ciecamente, ottusamente. A chi lo fa notare si oppongono inutili quanto improbabili soluzioni.

L'importante è fare muso duro e multare chi si ostina a non voler pagare, anche quando è una vecchina di 90 anni che ingenuamente chiede al controllore di verificare se è riuscita a timbrare il biglietto con il nuovo sistema a QR code. A questa nonnina consiglierei di entrare orgogliosamente a far parte di quel 97%. di persone che se ne fottono del sistema e non pagano le multe.

Questo entra nei discorsi di una burocrazia fascista (di cui accennavo nel post del 25 aprile) arrogante e totalmente disconnessa dai problemi reali dei cittadini, che prosegue a imporre senza comprendere. E così facendo imbocca soluzioni tecniche e metodologiche palesemente inefficaci, improbabili, improvvisate, quando non impopolari, ma incredibilmente costose.

venerdì 10 aprile 2026

Decisioni prese male, ma con grande convinzione

FUNIVIA è una parola entrata nel lessico cittadino, che tuttavia suona come una minaccia al cronico torpore che affligge la municipalità su certe questioni.
Voci ben informate dicono: è un'eredità della vecchia amministrazione. 
Che detto così pare il solito refrain scarica-barile, ma stando alle carte è la triste verità. Insomma prima di sgomberare le poltrone, sono riusciti a firmare contratti capestro con una ditta austriaca che ora ci tiene per le palle.
Lo sanno bene gli storici, Genova con l'Austria non ha mai avuto una buona relazione. Eppure anche senza scomodare il passato risorgimentale, non pare ci siano soluzioni, una funivia da qualche parte si deve fare, pena una multa salatissima, e quindi troviamo un punto in cui metterla. Un po' come la bomboniera del matrimonio della zia, brutta, ingombrante, volgare, ma mica possiamo buttarla.

L'immagine ha il solo scopo di raffigurare il prodotto
POV a me l'idea di funivia fa subito vacanza, cabine prese con scarponi e snowboard, zainetto con termos di caffè e cioccolatini, sciarpa e cappello di lana, guanti da sci.
Quindi fruirei del servizio con lo spirito avventuroso di chi all'arrivo si aspetta una distesa innevata, abeti e piste immacolate. E invece mi troverei nell'alta ValBisagno, tra fabbriche dismesse. Sarebbe una delusione, per cui sono contrario alla funivia.

domenica 29 marzo 2026

E facciamole 'ste nozze coi fichi secchi

Ed eccoli qui i fanciulli Giustiniani, sono genovesi ma vivono a Londra, per motivi che qui sarebbe inutile spiegare. A dipingerli in tutta la loro magnificenza fu Anton Van Dyck, pittore a domicilio di re e regine ed eccellente ritrattista dei genovesi illustri. I suoi clienti posavano esattamente come vivevano, nell'opulenza di palazzi costruiti e mantenuti con il frutto del loro lavoro di abili mercanti e spregiudicati banchieri. Abiti lussuosi, sete e gioielli, completavano la dotazione. I nobili genovesi del '600 sgomitavano per farsi ritrarre, ed un suo quadro costava quanto 3 o 4 anni di stipendio di un uomo comune, tra i 50mila ed i 100mila euro di oggi. Era ostentazione? NO. Era marketing emozionale. Era il breve secolo d'oro dei genovesi, loro non lo sapevano ancora ma trent'anni dopo, nel 1656, la grande peste sarebbe passata a decimare il 75% della popolazione cittadina, nobili compresi. Fine delle velleità di onnipotenza. Una botta da cui la Repubblica non si risollevò mai più, iniziando da quella data una lenta ma inesorabile agonia che l'avrebbe condotta all'eutanasia napoleonica del 1794.

Tutto questo e molto altro si può scoprire visitando la mostra inaugurata Giovedì 19 marzo a Palazzo Ducale intitolata: Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio che nasce ad Anversa e a Genova diventa famoso. E non voglio spoilerarvi nulla sulle tele esposte, perché il carnet è ricco e goloso.

Ma adesso la buona novella. Se anche voi, come i facoltosi genovesi del XVII secolo, volete essere ritratti, ma non avete a disposizione un genio della pittura come Van Dyck, e nemmeno le cifre astronomiche per pagarlo, non preoccupatevi. Se dopo aver visitato la mostra vi rimane quel desiderio di emulazione ed avete abbastanza posto in salotto o sopra il divano, ecco la soluzione. Con un paio di centinaio di dollari nel salvadanaio e qualche selfie ben fatto, potete aggiudicarvi un ritratto di famiglia in stile rinascimento, degno delle più vivaci velleità dinastiche genovesi.
Come?
Visitando il sito dei ritratti d'autore (o quasi) avrete in casa uno dei quadri che vi garantiranno una fama eterna e magari le invidie del portinaio. Non è certo che fra 400 anni varranno come un Van Dyck, ma che vi frega, per quella data sarete già morti.

sabato 21 marzo 2026

Come ti muovi sbagli

La stazioncina rossa è stata restaurata, con un effetto fienile americano Barn Red anni '30. Tuttavia apprezzabile. Altre strutture simili sono invece miseramente scomparse, lasciando il posto a baracconi anonimi, dove alluminio e laminati plastici imperversano impunemente. 
Quando vedo questi recuperi penso sempre che dietro c'è qualcosa di losco che smuove, perché nelle pubbliche amministrazioni il senso della storia si piega alla parola magica "messa in sicurezza" che annulla ogni altra velleità estetica ed economica. 
La risposta al mio dubitare arriva con la notizia che il capolinea di Granarolo sarà la tappa di un nuovo impianto di risalita che giungerà ai forti collinari. Tanta sollecitudine, che recupera con quattro pennellate una sciatteria durata decenni trova giustificazione. 
Quindi niente funivia al Lagaccio, ma una serie di impianti a staffetta, che permetteranno di collegare la zona mare ai forti collinari. Perché oramai l'impegno era preso, i soldi (70 milioni di euro) stanziati, e mica possiamo buttar via l'occasione di intasare e cementificare il territorio comunale con l'ennesima opera acchiappa turisti, dando poi il contentino ai sudditi con un parchetto urbano in cui coltivare begonie, merda di cane e una valletta dello sport, dove sgambettare alla domenica mattina. Paroline suadenti che fanno tanto "buoni propositi del lunedì", che individuano servizi essenziali per le imprese che li costruiranno, e forse anche per i cittadini che non li hanno richiesti ma se li vedono comunque propinare. Ma come sempre, ci consegnano strutture da far funzionare e manutenere con personale e costi non pervenuti.

A questo punto la mia domanda, forse ingenua è: potrà un impianto di risalita pensato per il traffico residenziale del 1901, quando a Granarolo vivevano 500 residenti in un contesto descritto come un "antico borgo di contadini e luogo di villeggiatura" circondato da orti e vigneti, sopportare un flusso turistico i cui numeri non sono nemmeno conosciuti, ma sicuramente superiori a quelli per cui i vagoncini erano progettati?







venerdì 20 febbraio 2026

Una nave non affonda per l'acqua che ha attorno, ma per quella che entra

A quanto pare è arrivata l'epoca delle emergenze geologico-abitative, o qualcosa del genere. Vuoi per le speculazioni edilizie del passato (non importa quando), vuoi per quelle del presente, vuoi perché con il cambiamento climatico la natura ci presenta il conto. Ed a quanto pare è un conto salatissimo. Proseguire facendo finta di nulla sarebbe stupido, ma è esattamente quello che sta succedendo in Italia.
Così anche Genova ha la sua bella frana su misura.
Cause?
I media locali lo dicono in modo anche troppo crudo:

Costruzioni fatiscenti, faglie nei muraglioni, ponti pericolanti, terrapieni costruiti senza tenere conto delle più banali norme di sicurezza. Genova è disseminata di questi “ordigni” pronti a innescarsi sempre più frequentemente e facilmente con il passare del tempo e nel combinato disposto di materiale scadente, approssimazione del progetto e incidenza delle condizioni climatiche.

Sembra quasi di stare a Niscemi vero? Manca solo uno scantinato pieno di libri; invece siamo al Lagaccio un quartiere di Genova che si estende su una superficie di circa 0,89 km², e conta circa 10.235 residenti, il che lo rende una delle zone con la più alta densità abitativa della città. Tanto per capirci lo stesso quartiere in cui si era pensato di costruire gli enormi piloni della funivia, di fatto aggiungendo degrado al degrado. Ma prendiamola così, quando una zona è brutta la tattica migliore è estendere il brutto amplificandolo ed esasperandolo, a quel punto nessuno avrà possibili termini di paragone. Quindi ci sono tutte le premesse per una vicenda di lungo respiro, peccato che i 40 milioni di euro del PNRR siano stati investiti per la funivia anziché per la riqualificazione e messa in sicurezza del quartiere. Insomma, ne vedremo delle belle.

mercoledì 11 febbraio 2026

La città invisibile

Sui social istituzionali aumentano le immagini di una città che non esiste ancora, anche se nelle intenzioni esisterà. Tuttavia la percezione che si ha scorrendo i quotidiani di regime, è di averla già pronta. Le campagne elettorali invocano ritrite promesse, di giunta in giunta, esibiscono un disegnino, gli mettono una cornicetta e sproloquiano numeri e cifre.
La città idealizzata diventa un miraggio collettivo, poco importa poi se verrà realizzata davvero nella sua interezza, se tutte le 'visioni' saranno rispettate.

Ma nessuno si è posto la vera domanda: come sarà mantenuto in funzione tutto questo baraccone?
Chi pagherà per la manutenzione del verde, la gestione degli ascensori, delle funicolari e delle funivie, chi pulirà le nuove passerelle, i sottopassi, i percorsi ricavati là dove prima non c'era nulla?

In una città dove si garantisce con fatica la manutenzione ordinaria, e spesso nemmeno quella, in cui ci sono quartieri con strade dimenticate per decenni, a quale futuro sono condannati questi fantasiosi desiderata?
La città visibile è vittima della cronica sciatteria urbana, bisogna prenderne atto, è un territorio lasciato a se stesso, in balia di orde di vandali e cittadini dal carente senso civico, pronti a macinare ogni manufatto, a riempire ogni angolo di spazzatura. In questa cieca visione della città, gli occhi del politico sono coperti dal velo del consenso, una legittimazione poco lungimirante, la stessa che si gonfia di buoni propositi. Gli stessi che riempiono le letterine natalizie solo per poter essere disattesi.

lunedì 2 febbraio 2026

La cosa più difficile da fare e la cosa giusta di solito sono la stessa cosa

In città l'inchiesta sulla questione soldi alla Palestina è ancora nel vivo delle indagini, con la solita altalena tra pro e contro. Difficile non pensare ad un qualche coinvolgimento dei servizi segreti israeliani. Ma è ancora tutto così in divenire che ogni ipotesi resta aperta e comunque l'amaro in bocca c'è. Anche se spesso la beneficienza produce soldi facili con le conseguenti tentazioni. Nel frattempo un'amica mi regala questa, con l'aria di chi ha appena salvato il mondo. Apprezzo il gesto ma la mia parte razionale riesce solo a vederci il profitto del commerciante che ha trovato l'ennesimo espediente. Sono cinico e pure disilluso. 
Ed ecco che si apre la questione: 
attivismo simbolico o azione concreta? o peggio slacktivism (attivismo da poltrona).

Pensate, posso esibire la lattina in questo post, e mettere perfino una bandiera palestinese alla finestra, con accanto altri simboli utili a certificare il mio attivismo da poltrona, oggetti che ovviamente mi hanno regalato o magari mi sono procurato on line. Posso mettere la bandiera della pace, ha colori vistosi, li noteranno tutti nel vicinato, poi lo striscione giallo che chiede la verità per Regeni, e un No Funivia, scritto con la bomboletta rossa su un vecchio lenzuolo, e la bandiera Ucraina, poi ci metto pure un tricolore, e volendo la coccarda con i colori di una squadra di calcio locale, magari quella che ha più tinte a disposizione. A questo punto la mia gratificazione è al completo. Quindi questo post mi fornisce una scarica di dopamina che levati, e un senso di appartenenza morale a qualcosa, senza richiedermi alcun sacrificio reale.
Poco importa se la situazione sul campo rimane tragica, o peggiora.
Tutto quello che era in mio potere fare l'ho fatto, e adesso lascio tutto lì a sventolare. Cenci al vento di tramontana che trasformeranno il mio balcone nel carretto dello straccivendolo, possono restare a sbiadirsi per anni, ma quanta solidarietà.
Sono dalla parte giusta della storia.