domenica 14 giugno 2026

Il sacro catino - breve storia di un'insalatiera verde

Questa storia comincia nel 1101, quando Guglielmo Embriaco rientra dalla Prima Crociata con un bottino straordinario tra cui un piatto esagonale verde, preso a Cesarea Marittima in Palestina. Lo descrive come un vaso di verde intensissimo. E lo dona alla cattedrale di Genova.
In altre epoche si parlerebbe di ricettazione ma per il clero genovese invece è una reliquia dell'ultima cena. A montare il marketing ci pensa Jacopo da Varagine, nel 1252, l'arcivescovo scrisse la Leggenda Aurea e identificò il piatto con il catino dell'Ultima Cena. Non sappiamo in base a quali informazioni, ma all'epoca le persone erano semplici e se un religioso affermava qualcosa con convinzione, ci credevano.
Siccome fa brutto dire: Belin ci siamo fatti fregare, per i secoli seguenti la storiella del piatto di smeraldo dell'ultima cena venne mantenuta viva. Questo permise al cardinale Luca Fieschi di usarlo come pegno per un prestito di 9.500 lire (circa 20 milioni di euro attuali).
Quando la città nel 1327 lo riscattò, emanò una legge: il Catino non poteva più uscire dalla sacrestia della Cattedrale di San Lorenzo. Mai più.

Da quel momento, la città smise di trattarlo come una reliquia e iniziò a trattarlo come un'arma diplomatica. Nel 1409 il governatore francese Boucicault tentò il furto. Fallì.

Nel 1522, durante il sacco delle truppe di Carlo V, la Repubblica pagò 1.000 ducati (circa 750.000 Euro) a un capitano imperiale per tenere lontano i saccheggiatori dalla sacrestia. Mille ducati per proteggere un piatto di vetro; ma non lo sapevano ancora.

Tutto bene sino al 1806 quando Napoleone requisisce il Catino e lo porta a Parigi. È lì, in un ambiente immune dalle suggestioni cattoliche, avviene l'analisi chimica: il verde accecante non è uno smeraldo, è vetro soffiato romano, colorato con ossidi di magnesio e potassio.
Datato al I secolo d.C. Un manufatto senza alcun valore religioso.
Il Catino tornò a Genova il 14 giugno 1816, frantumato in 10 pezzi, con uno mancante.

Il restauro del 2017, condotto dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ha confermato la datazione: I secolo d.c. epoca romana, vetro. Oggi i cocci ricomposti sono visibili nel Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo. Lo apprezzo come antico e raro manufatto di epoca romana (rotto).

Settecento anni di guerre sfiorate, prestiti, leggi speciali e ducati spesi, per un piatto che i romani usavano a tavola nel I secolo e che qualcuno, in un momento imprecisato, aveva portato in Palestina prima che i crociati lo razziassero pensando fosse di smeraldo. Custodito integro per 1800 anni. Nemmeno i bicchieri della lista di nozze della nonna sono durati così tanto.


In chiusura questo, lo chiamano piatto in vetro verde, ritrovato a Pompei e conservato al Museo archeologico di Napoli; non può vantare le spericolate avventure del suo coetaneo genovese, ma resta pure lui un incredibile testimone di ciò che era possibile trovare in tavola duemila anni fa.

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