dimanche 31 décembre 2017

“Dicembre ammazza l'anno e lo sotterra.”



"Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so." (*)

Dice così la Ginzburg, in uno scritto del 1944, e d'improvviso mi si apre un baratro sotto al cuore. 

Perché subito penso al mio avvenire facile e lieto, in cui accumulo desideri, a cui sottraggo delusioni. E' così anche per me, e se fosse così per tutti? se questo fosse il tempo migliore della mia vita?

Mi chiedo cosa cambierebbe saperlo o meno, perché sono sempre cose che si scoprono dopo, quando il destino ti ha tradito, non è un bel pensiero da portarsi nel nuovo anno, ma in fondo anche questo transito è diventato qualcosa di superfluo da esorcizzare.


(*) Le piccole virtù, Natalia Ginzburg,  Einaudi, 1984.

dimanche 24 décembre 2017

Se7en - quando anche l'ufficio fa paura

Devo fare una premessa importante, a volte dopo aver controllato la posta mi fermo a scorrere i titoli degli articoli di Libero... e devo dire che sono di una stupidità disarmante, tuttavia tempo fa un titolo rimandava ad un articolo  che mi ha incuriosito ed ho voluto leggerlo... così ve lo ripropongo commentato. Contenti? Poi non dite che non penso alla vostra crescita culturale-mentale-sentimentale e pure in altezza a ben guardare ci avete preso un paio di centimetri.
Allora l'articolo titola:

I 7 segnali (inequivocabili) che i tuoi colleghi ti odiano

Sottotitolo: I colleghi ti odiano? Per scoprirlo non ti resta che individuare questi sette segnali molto precisi
Pensi che i tuoi colleghi ti odiano? Ecco 7 segnali, inequivocabili, per capire se hai ragione. A svelarli è Usa Today, che ha individuato alcuni indizi che possono aiutarti a capire che non sei ben voluto sul posto di lavoro.
Comincerei a correggere: i tuoi colleghi ti odino, ma forse è arcaico... in ogni caso c'è una ridondanza grammaticale fastidiosa, ma si fa subito riferimento ad una testata statunitense, cosa che nell'immaginario del lettore medio(cre) fa sciato e prestigio. Cominciamo...
Sei invisibile – Se la gente non vuole parlare con te questo è di certo un segnale chiaro che non gli piaci. Se tenti di coinvolgere i tuoi colleghi in una conversazione, ma loro ti ignorano totalmente, forse dovresti porti qualche domanda.
Tipo: me li sarò lavati i denti stamattina? oppure: puzzo come una capra bagnata? oppure sei proprio una capra e fai delle conversazioni talmente del cazzo che nemmeno il portinaio è disposto a sopportarle. Te la sei posta la domanda? ora datti una risposta e togliti dalle balle.
Parlano male di te – I pettegolezzi in ufficio fanno parte della quotidianità, ma diventano un problema quando i colleghi parlano male di te alle tue spalle e fanno gossip sulla tua vita privata.
Effettivamente se parlano male alle tue spalle c'è grosso problema, resta tuttavia capire come farai a saperlo visto che lo fanno 'alle tue spalle' appunto, e forse era quasi meglio quando ti ignoravano.
Il linguaggio del corpo non mente – I tuoi collaboratori non esprimono il loro dissenso solamente con le parole, ma anche con i gesti. Fai attenzione soprattutto se cambiano discorso quando provi a dirgli qualcosa oppure alzano gli occhi al cielo.
Oppure ti fanno il gesto dell'ombrello o il medio-alzato quando entri in ufficio, se poi mettono le mani tese a V  tra le gambe allora è preoccupaZio potente. Ma tu fai attenzione, e prova a dirgli qualcosa a muso brutto tipo: 'zzo fai?
Sei sempre in difficoltà – Sul posto di lavoro non ti senti sicuro ed è come se fossi da solo? Probabilmente il tuo rapporto con i colleghi non è affatto idilliaco e dovresti fare qualcosa per risolvere la situazione.
Dovresti fare qualcosa! già ma cosa? ecchenesò, fai qualcosa, mica te lo devo dire io, vedi un po' tu, fa qualcosa cazzo, licenziati per esempio, se sei sempre e dico sempre in difficoltà evidentemente non sai fare quel lavoro nemmeno dopo vent'anni, Vai a mungere le vacche, o sull'autostrada a segnalare i cantieri con la bandierina rossa, Oppure drogati, è sempre una buona scelta.
Le persone non si fidano di te – Sul posto di lavoro è fondamentale che ci sia, fra i collaboratori, una certa fiducia. Se non vogliono lavorare ad un progetto con te o passare del tempo in tua compagnia vuol dire che qualcosa non va.

Certo che non si fidano, ti droghi! tossico di merda! poi bisogna decidersi o lavorano con te, o passano del tempo in tua compagnia, le due cose insieme non stanno. Vedi che qualcosa non va! Cosa? ecchennesò! qualcosa... e fattela sta domanda.
Ti spiegano diverse volte le cose – I colleghi ti trattano come se fossi un bambino ripetendoti in continuazione sempre le stesse cose? Questo è un segnale che non ti sopportano e non ti reputano un buon professionista.

No guarda, fidati che se ti spiegano diverse volte le cose vuol dire che sei scemo proprio, sarà anche perché ti droghi e la droga ti spegne!
Nessuno è tuo amico – Poiché passano moltissime ore insieme, i colleghi tendono a creare dei rapporti di amicizia. Spesso escono insieme, vanno a bere qualcosa o a cena al ristorante. Tutti vengono invitati tranne te? Probabilmente qualcosa non va.

Eggià che due diventano amici solo perché passano molte ore insieme, lallero! mica per affinità, quindi potrei diventare amico del mostro di Milwaukee perché eravamo compagni di cella. E poi probabilmente, piccoli segnali, inezie dai, mica come quelli trovati con un pugnale nella schiena dietro la macchinetta del caffè. 

Che poi a ben guardare un articolo del genere giusto un giornalista che non parla con i colleghi poteva scriverlo, ed è chiaro che perfino il caporedattore non lo ha letto prima di metterlo on line, sarà che tutti lo ignorano e mentre lui è in ufficio sino a tardi a limare la grammatica dei suoi articoli, i colleghi sono già al ristorante; ma non glielo hanno detto.


E se poi volete proprio sbellicarvi... c'è anche il video!

dimanche 17 décembre 2017

Beato chi ne gode, chi del cuore ha il suo custode

Questo periodo è sempre molto delicato; il natale lo vivo in modo conflittuale, se mi invitano e vado mi sento fuori posto, se non vado mi sento ingrato, se non mi invitano mi sento escluso ma in qualche modo felice di essermi risparmiato una recita. Insomma comunque vada dal 24 dicembre al 6 gennaio ogni appuntamento ha una valenza che non mi piace e che mi mette a disagio.
Ai tempi dei miei genitori non era così, penso perché il periodo delle feste trascorreva senza particolari paranoie consumistiche o ansie varie, vinceva la voglia di stare tutti assieme, e riuscire a vedersi con più frequenza, anche con quei parenti che sentivamo solo al telefono per il resto dell'anno.
Certo c'erano anche le rogne, ma nel mucchio svanivano.

Poi ho deciso che senza la mia famiglia il natale non aveva più senso, nemmeno quello religioso, ed ho lasciato perdere ogni ricorrenza, facendo estinguere perfino gli oggetti che tradizionalmente connotavano quel periodo.

A seguire mi sono presto scocciato di sentire gente che si lamenta che deve (deve) andare dai suoceri-genitori-parenti, fare i regali, fare l'albero, fare il presepe, cucinare, lo dicono con fastidio, come facessero un favore enorme a chissà chi.
Non ci andare, mica ti obbligano.

Poi l'altro giorno la Vispa Teresa se ne esce con una frase delle sue, quelle dette in totale assenza di cervello, dopo aver sfrantumato i coglioni a mezzo ufficio sul SUO natale dai suoceri e poi dai genitori, e poi ...chissà quest'anno cosa mi toccherà sopportare, che l'anno scorso le MIE lasagne  vegetariane nemmeno le hanno assaggiate.
Ad un certo punto ferma la frigna, mi guarda e mi fa: beato te che di questi problemi non ne hai, quasi ti invidio.

Io lìxlì non ho capito, ma è stato un attimo, poi ho visto negli occhi della Mara, quella luce di terrore come quando si sta per svegliare Cerbero.
Ed allora ho capito, ma non sono riuscito a dire nulla di cattivo, avrei potuto dirle semplicemente: ma vaffanculo troia, oppure: spero presto anche tu.... anzi te lo auguro proprio.
Ma niente sono rimasto zitto, le ho rimandato una specie di occhiata incredula, lei deve aver percepito ostilità ed è uscita dalla stanza.

Ora ripescare la questione non è più cosa, perché o reagisci subito oppure quella ha la memoria di un pesce rosso, e poi secondo me non ha proprio capito l'entità dell'indelicatezza della sua uscita.
Ma cazzo gliela farò pagare!



dimanche 10 décembre 2017

Bene, ma non benissimo

A certe cose devo stare attento.
Tipo alle giornate che anticipano la pioggia o peggio un temporale, è oramai certificato che divento di cattivo umore, ed è proprio una questione meteo; meteopatia la chiamano - ne sono affetto.
Verificata questa estate.

Altre questioni del periodo? poche, le solite rogne, perché tendo a figurarmi il peggio per il prossimo futuro, non saprei dire perché mi venga semplice farlo, tuttavia accade sempre più spesso di aver ragione e il futuro è peggio del passato, così quando capita invento scuse sfango tutti e passo la giornata a dormire, come avessi la febbre, ma poi sto bene: nel caso mi sento addosso la qualsiasi, malditesta, maldidenti, nevralgie e ipocrisie. Poi mi scoccio, di solito verso le tredici, prendo un'aspirina del Dottor Burlone, con un dosaggio casuale, faccio una doccia calda, faccio colazione/pranzo/merenda ed esco a farmi un giro per dove capita, notando tutte le cose che odio di questa città.

Mi piace anche scrivere frigne e poi rileggerle dopo mesi, forse per la consolazione di poter affermare - me l'avevo detto - come questa che la scrivo adesso che è maggio e la programmo per dicembre. (con qualche piccola modifica in itinere, come quei post che impasto all'infinito tanto da poterli declamare a memoria, senza mai pubblicarli... e poi li cancello).

C'è che il tempo scivola via abbastanza veloce (almeno adesso mi pare così) ed ho sempre più spesso l'impressione di arrivare tardi a definire le cose. Non che questo ritardo mi sia dannoso, almeno non a me, tuttavia spesso mi chiedo: ma perché non l'ho fatto prima, perché ci penso solo adesso? quando le stesse condizioni c'erano anche lo scorso anno, lo scorso mese, la scorsa settimana?

Questo mi permette di sentirmi come quando sei in treno e il posto bello, quello dal finestrino, si libera una fermata prima della tua.

Sarà anche per questo che invidio quelli che riescono a passare da uno stato di quiete all'altro, che non ti danno mai l'impressione di essere in una fase precaria o disagiata, e mutano nelle condizioni non per bisogno o necessità, ma per diletto e volontà.

Poi capita che girando in centro incrocio Emme, (stacco suspense) lì a cercar regali o chissà chè; ho tirato dritto sotto al suo sguardo innocente, pensando vaffanculo, e mi son detto: ecco lì, la mia stagione rubata, il mio ultimo vero amore, quelli dopo sono stati solo sesso, solo ginnastica da letto e nulla più, scivolati via, in quelle mattine che ti svegli e nemmeno ricordi chi c'è nel letto ed esci in un quartiere che non ti appartiene, e ti importa solo del cappuccino al bar, di rincorrere il profumo del pane caldo e salire sull'autobus, e sai che non richiamerai e non sarai richiamato, e va bene così.

Quindi oggi che è un giorno di metà maggio e le previsioni per domani danno temporali forti, e già stasera le nubi si accavallano sul tramonto, mi sento così, di malanimo e precario come una foglia esposta alla grandine, in divenire, non incompleto... ma inadatto e non per mia volontà, ma per il volere del fato a cui è comodo dar tutte le colpe, o forse di una mia poca lungimiranza passata, uscito da un letto sconosciuto, con addosso il sudore e il sapore di un corpo a perdere; il nome? dopo il caffè già lo avevo dimenticato...

dimanche 3 décembre 2017

"こんにちは" (Kon'nichiwa)

L'altro giorno mi sono ricordato di una cosa che facevo da pivello, non ricordo chi della cumpa aveva recuperato un numero telefonico e sacrificando duecento lire, era possibile chiamare in Giappone e sentire la voce di un vero giapponese. Poi cadeva subito la linea o lui buttava giù.
A scuola la moda era volata di classe in classe e il foglietto con il numero del desiderio era ambitissimo e ce lo passavamo in gran segreto, come fosse una formula magica. 
Mi sono sempre chiesto chi fosse quel poveraccio che riceveva telefonate dall'Italia all'ora di ricreazione, manco il tempo di un vaffanculo, una risata e buttavamo giù.

Questa cosa mi è tornata in mente perché un amico, o se vogliamo un conoscente, che per lavoro si reca spesso a Tokyo mi ha pregato di parlare in italiano ad un suo collega d'ufficio.

A me la cosa pareva abbastanza ridicola ed inutile, principalmente perché il collega della nostra lingua capisce solo Ciao,come stai? però ci teneva a sentire parlare un italiano al telefono con lui; così gli ho fatto un discorsetto semplice e qualche domanda, lui non ha capito una fava, ma poi mi ha detto in inglese, che gli piace molto l'Italia, gli italiani con gli occhi azzurri, la mia voce al telefono e la cucina italiana, e che colleziona tutto ciò che riguarda l'Italia a cominciare dai biglietti da visita delle persone che incontra per lavoro; il suo sogno è  arredare la casa Italian Style, cosa che sta già facendo e poi vivere a Roma per un mese.

In tutto questo dire sono rimasto lì come un goloide a dirgli oh-ok-good! solo perché fregacazzo in inglese non ha corrispettivi pronunciabili: fucking fuck non suona nemmeno bene. Probabilmente avrei potuto dirglielo in italiano tanto non avrebbe capito, ma non ho avuto il cuore di farlo e c'era anche il vago sospetto che il giovine nippo fosse in vivavoce con altri colleghi italiani. Sono anche riuscito a riflettere sulla povertà di parolacce della lingua anglofona per cui tutto si riassume con Fuck! il che è davvero triste.

Dopo un minuto circa il nippo-san ha deciso che era sazio e Ciao-Arigatò, che a me faceva quasi tenerezza immaginarmelo soddisfatto e sorridente, ma poi ho pensato alla mia adolescenza e che poteva essere casa sua quella a cui telefonavamo durante la ricreazione... e tutto si è sistemato, con il Giappone in quanto a rotture di coglioni, è pari e patta.
Tuttavia mi sono detto: ma nell'epoca di internet questo non si può collegare ad una radio italiana?

dimanche 26 novembre 2017

A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco (*)

Se cerchi il peggio nelle persone lo troverai... dice più o meno così Platone, nel dialogo tra Socrate e Callicle.
Ed io spesso aggiungo: e non c'è nemmeno bisogno di cercare troppo.

La cosa è uscita fuori parlando con la mia collega che ha comprato la macchinetta del caffè della Nespresso. Ne elogiava le doti, la comodità delle capsule e tutto il resto, più che altro perché fa status averla e parlare di averla. C'è rimasta un po' male quando le ho chiarito, dati alla mano, che il costo al chilo del caffè per quelle macchinette è di 80 (ottanta) euro, contro i 7 (sette) della torrefazione, ma lei ha recuperato sentenziando: io me lo posso permettere! Io le avrei dato un pugno, ma la violenza sulle donne non è più cosa.
Poi ha proseguito valutando tutta una serie di benefit qualitativi che l'azienda garantisce ai suoi clienti; allora le ho chiesto come mai se la qualità del caffè le stava così a cuore si ostinava a bere il caffè al bar, o peggio, quello del distributore dell'ufficio che gode di pessima fama igienica, lei ha eluso la provocazione proseguendo la spiega sul design innovativo della SUA macchina ed altre faccende tecniche, inaccessibili a chi come me fa il caffè alla turca, dettagliate al punto che mi sarei aspettato che me ne vendesse una; non l'ha fatto, però ha chiarito che le danno anche in comodato d'uso, per i povery.

Nell'estendere l'elogio ha anche evidenziato l'esistenza delle CleanerCaps, ossia capsule per pulire la macchina e poi c'è la fiala di decalcificante da versare nel serbatoio dell'acqua.
Io penso subito a tutto questo traffico con prodotti chimici e mi allarmo; principalmente perché sono ipocondriaco e contrario a priori a tutto quello che esce dalle industrie e che non è strettamente necessario al mio vivere.
- Chissà che roba c'è dentro - le dico - ma il caffè dopo non viene cattivo? 
E lei mi dice con l'ingenuità tipica delle VispeTerese - ah non lo so, di solito dopo averla pulita i primi caffè li offro agli ospiti, o ai vicini.
Olè - eccone un'altra.
Io e la Mara ci guardiamo di taglio come a dire - è senza speranza - e a me sale un po' di tristezza perché da questo piccolo fatto si capisce molto della persona.
Così spero che le cada un pianoforte in testa quando esce dal negozio con la busta delle capsule e la lascio lì a bersi il caffè della macchinetta, il primo dopo che l'omino del caffè ha pulito la macchina... ma nessuno glielo ha detto.

(*) Erri DeLuca

dimanche 19 novembre 2017

Porta un bacione a Firenze

Allora è accaduto questo: una sera a casa di amici si parlava di mostre quelle belle e cose d'arte... così racconto della mia ultima... Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna ospitata in Palazzo Strozzi a Firenze. Roba da u-r-l-o, bello l'allestimento, belle le opere, i restauri, ottima la didattica, insomma ganza, non sarei più uscito.

A seguire breve visita di una città che mi vede passare almeno una volta all'anno, ma che non mi stanco mai di scoprire; ho i miei luoghi... Duomo, Ponte Vecchio, Uffizzi... aperitivo a S.Spirito, solito bar, che mi porta il prosecco con una fragola fresca, poi Pitti di sera, caffè alle Giubbe Rosse; certe cose mi sono necessarie come l'aria.

Dopo un paio di settimane, incrociando gli stessi amici assieme ad altri, la Cry gli chiede: ma poi? com'è andata a Firenze?
Segue momento d'imbarazzo - sguardo delle mucche quando passa il treno.
Così scopro lìxlì che i due colombelli sono stati a Firenze, a Quella Mostra, a visitare il Duomo, Ponte Vecchio e poi gli Uffizzi e poi Pitti.

La cosa mi fa piacere, però mi sarei aspettato che mi avessero detto: sai la mostra di cui dicevi-dicevamo? ci siamo stati, è bella davvero!
Ecco e magari parlarne, scambiarsi qualche impressione, contando anche che c'eravamo visti live e pure incrociati sui vari social ben prima della 'fatidica' domanda della Cry...
sai com'è... io a queste cose ci tengo... e non è un segreto.

Invece no, non hanno detto nulla, come se dovessero nascondermelo, anche con la Cry tagliano corto come se fossero andati controvoglia, obbligati per lavoro o costretti da una qualche esigenza che ha reso il viaggio così spiacevole da volerlo dimenticare.
Disagio!
Omertà-vergogna?
Io questo non me lo spiego, in fondo se ci sono andati dopo il mio consiglio perché poi far finta di nulla? Paura di darmi soddisfazione? Mica gli chiedo il conto.

E poi c'è il fatto che non mi andava nemmeno di replicare; cosa gli dico? Ah ma allora ci siete stati e non volevate dirmelo? Sarebbe stato da fare, ma non sono il tipo da uscite del genere, tengo dentro. Comunque lo avrei detto con acredine e sarebbe stato peggio.

Queste sono quelle cose minime, quei segnali che mi fanno dubitare dell'amicizia, dell'amicizia come la intendo io, dell'amicizia che condivide, perché a me invece verrebbe da raccontare, da dire, per confrontare e magari aver spunto per tornare ancora a scoprire un particolare sfuggito, un angolo segreto, invece nulla... e così succede che mi disamoro delle persone, mi diventano estranei, indifferenti al punto che mi passa la voglia di frequentarli, al punto che preferisco dedicare il mio tempo ed i miei pensieri ad altro, al punto che quando vedo la chiamata non rispondo e manco richiamo.

Così poi accade che quando (gli stessi) mi chiedono: cosa hai fatto di bello? mi vien voglia di rispondere: mi sono fatto i cazzi miei.

Ed è certo che accadrà... aspetto solo l'occasione in cui la mia risposta gli darà più fastidio.

dimanche 12 novembre 2017

Era una notte buia e tempestosa

Non pensavo che la vita di uno scrittore potesse essere faticosa, sarà che lo Scrittore, me lo immagino come un personaggio che passa il tempo nel suo studiolo a scrivere, leggere, correggere e rileggere, che scivola da una libreria ad una biblioteca, sempre con la testa tra le nuvole e le dita sui tastini del pc.
Ebbene non è così, almeno non sempre, Ilja  per esempio ha passato almeno tre, se non quattro anni seduto al tavolino di un bar, rischiando il coma etilico, che in questo caso diventa malattia professionale; però alla fine c'è riuscito, ha scritto il suo romanzo, e così il Donald, al secolo Don delle Erbe, ha trovato un posto come personaggio letterario non d'invenzione.

Quando Ilja diceva di essere uno scrittore, a noi veniva da ridere, come ci avesse detto: faccio il giullare alla corte di Beatrix Wilhelmina Armgard van Oranje-Nassau (per i meno introdotti nell'ambiente: la Regina d'Olanda).
Mentre lui invece era lì serio serio, a fare lo scrittore per davvero, a metter giù righe e scovar personaggi, a scandagliare animi e pensieri, a raccogliere racconti ed aneddoti, a veder scorrere la vita, la nostra, come un ragno in attesa di prede, registrava ogni parola, ogni emozione, ogni risata.
Alla sera lo trovavi lì, solito tavolo, a volte in compagnia di Don, altre volte solo, con taccuino, sigaro, e l'immancabile alcolico alla frutta, che virava all'arancione (il colore dell'Olanda).

Don invece da buon inglese preferiva il gin, e non ricordo di averlo mai visto sobrio, ma la cosa non era molto importante perché bofonchiava un inglese incomprensibile. Era in Italia da molto, a far cosa non l'ho mai capito, alcuni dicevano che fosse inviato per un giornale, noi almanaccavamo Cavalli&Segugi, ma poi si era perso, aveva accantonato un qualche suo sogno, tarpato la sua ambizione ed era finito nella corte dei caffè delle Erbe; per tutti era una sorta di mascotte dall'espressione imbesuita e la sbronza allegra, questo era bastante.

Il libro di Ilja mi porta a ripensare a quel periodo, quando broccolare nei bar per intere serate era la regola, mi era indispensabile, mi piaceva fare il cliente abituale. (orrore)

Erano quei transiti prima e dopo la disco, cinema o teatro? lussurian o aqua? con o senza Emme, con o senza le colleghe zoccole, ed altra gente raccolta nel passare, personaggi dalla vita complicata che esibivano il d.a.spo con fierezza, che minkiazzio-a-quello-lo-spacco! così conobbi le quiete scolarette che uscite dal liceo si concedevano un paio di drink per avere la sfrontatezza necessaria per frequentare i locali per scambisti dove incontrare qualche generoso Daddy e pagarsi la Gucci, alle signorine buongiorno, che dopo una giornata di lavoro e una pista di coca in bagno, erano pronte per accarezzare più cazzi che cani (cit.), agli studenti Erasmus dall'ormone facile in cerca di movida e poi c'era Naomi che aveva il tacco 12 e il belino da 25, ma lo nascondeva con la minigonna, però in darkroom ti faceva controllare.

A voler ben guardare materiale per svariati romanzi post ne avrei, ma penso di aver fatto bene a confinare quelle memorie all'oblio, quindi la mia carriera di scrittore è finita prima di cominciare. Tuttavia potrei lanciare un nuovo genere letterario, lo scrittore che scrive di scrittori, e raccontare la vita di Ilja mentre raccoglie materiale per i suoi romanzi. Anzi di più, potrei insinuarmi tra i personaggi della sua analisi sociale e distorcergli la realtà inducendolo a scrivere di ragazzi interrotti, comparse, al solo scopo di trarlo in fallo. Sarebbe diabolico vero?

Ma poi che corte dei miracoli sarebbe stata se avessi dovuto passare metà del tempo a cambiare nomi e luoghi e l'altra metà a sfuggire ai sicari. E poi sono troppo pigro e il mio fegato non reggerebbe alla cirrosi.

Tuttavia una cosa la posso dire, la mia frequentazione di quel mondo mi metteva riparo alle fastidiosissime giornate passate a fare il burocrate, rinchiuso in ufficio, prigioniero di un ambiente che valutavo ostile e che non mi apparteneva, da cui tendevo a scappare appena possibile.
La piazza era il palcoscenico del mio lato oscuro, e tra i tanti personaggi che hanno popolato quel periodo c'era anche Ilja, l'olandese che voleva andare a Roma in bicicletta e qui si fermò, rapito dal fascino della città degli amori in salita. Ma l'ispirazione esige i suoi sacrifici, ed anche Ilja come Don ha esagerato in alcolici, in donne e in fumo, ha intorbidito la sua vita per poter cogliere meglio la dannazione di quelle altrui.

Della ghenga di quei giorni ricordo poco, principalmente perché li avevo destinati alle conoscenze superficiali, testa leggera, svuotare le palle e riempire i polmoni di fumo e lo stomaco di bicchieri di Porto Sandeman; altro non mi interessava e oggi penso che fosse un fare comune, una sorta di maledizione che ci portavamo dentro, indecisi se farla sfogare nel disagio sociale oppure annegarla per sempre in giri di birre e super alcolici, impegnati come eravamo in vario grado, a celebrare l'effimero in modo più o meno legale e (im)morale.

E il sogno del teatro nei vicoli era stato un po' quello di tutti, il riscatto dei desideri smarriti; di quei giorni conservo un'edizione dell'Antologia di Spoon River, ma poi non se ne fece nulla per un miliardo di  motivi e potrei anche qui scrivere una versione caleidoscopio di quella faccenda, l'altra faccia della stessa medaglia.

Magari lo farò, appena uscirà l'edizione tradotta del libro di Ilja. Cosa resta di tutto questo? nulla, ed ha ragione Ilja... Genova città che prende e non rende.

E adesso? Raga... volume a tuono...

dimanche 5 novembre 2017

Miss Piggy

Ebbene ci sono riuscito, piccole soddisfazioni casalinghe; è andata così.

ore 13e30 - Piatto in tavola - pennette al pesto
suonano al citofono; solitamente fregacazzo, ma stavolta ero in buona nonostante il desco apparecchiato.
- chi è?
giovane voce gentile: buongiorno, dovrei mettere dei volantini in cassetta, mi apre?
- non puoi usare la cassetta che c'è dal citofono?
- ma sono piccoli
se sono piccoli allora ficcateli nel culo è aperto?
- si grazie.

ore 13e45 - Rumore di scarpettoni che scendono le scale
è la Signora F. che essendo di bassa statura si mette le zeppe; esce per andare al lavoro.

ore 13e46 - Mi bevo il coffee e la guardo scendere
alla facciazza delle scarpe inadatte e degli insetti marroni, questa cammina che pare sulle uova.

ore 14e00 - Check out
sacco spazzatura? ok
zainetto? ok
chiavi di casa? ok
chiavi dello scooter? ok
casco? ok
chiavi della sede? ok
chiavi del laboratorio ? ok
cellulare? ok
finestre chiuse? ok
3 - 2 - 1 - Libera!

Mentre passo davanti alle cassette vedo il SO-LI-TO foglietto pubblicitario posato solo sopra la feritoia della MIA bucalettere. Sono mesi che succede. 
ore 14e01 - Lampo di genio.
Controllo tutte le cassette, il rompicoglioni il ragazzo della pubblicità  è appena passato, sono tutte full, tranne... tranne quella della troia bastarda della Signora F.
Hai capito la Scarpettona quieta quieta ed insospettabile!! Beccata. Brutta figlia di puttanE.
E ora si che te la faccio pagare questa tua mania di cacciare la pubblicità nelle casette degli altri o per le scale o sulla mia perché mi sono lamentato che qualcuno buttava la pubblicità a terra.

dimanche 29 octobre 2017

E molte sono quelle cose delle quali ci dobbiamo (con)fidare - parte 2°


Di Marta ne ho parlato due cicli di chemio fa, oggi inizia il terzo e posta su FB questa foto, esibendo un indiscutibile senso dell'umorismo, e una punta di cinismo che davvero non le avevo mai riconosciuto. Io questa foto la trovo di una tenerezza disarmante, e mi chiedo cosa penseranno i suoi figli e suo marito di questa sua nuova forma di guerriglia.

E qui si tocca un discorso spesso, quello della consapevolezza della morte, ne discutevamo l'altro giorno con alcuni amici, la Ila sosteneva che le crisi degli adolescenti, sono causate proprio dal fatto che il corpo a quell'età assume la sua forma 'definitiva' terminando una crescita che rappresentava la vita ed il cambiamento. L'inconscio raggiungimento di questo traguardo è causa di disagio e ribellione.

A mio avviso la consapevolezza della caducità della vita non ha un ordine cronologico, almeno consciamente, quindi mi tengo sul pratico e conosciuto; per me quella scomoda consapevolezza è arrivata il giorno della morte dei miei genitori, e penso che la loro mancanza sia il vero grande giro di boa, lo scatto che divide il mondo in prima e dopo. Per me è stato così, quindi non credo ci sia un'età definibile cronologicamente, piuttosto c'è un insieme di fattori variabili e soggettivi, che portano ad un unico risultato.

Tornando a Marta invece credo che la consapevolezza sulla caducità della vita, la sua in particolare, sia arrivata con la malattia, comunque troppo presto; mi piacerebbe confrontarmi con lei per capire cosa c'è nel profondo del suo animo e quali abissi si siano spalancati, quali siano le speranze a cui attinge per non sprofondare ogni giorno. Ma forse con questa foto dice già molto.

Per parte mia posso dire di aver pregato per lei, affinché tutto questo si risolvesse in bene, lo so che è stupido scriverlo, a mia discolpa potrei dire che la preghiera è l'unica cosa che abbiamo quando non ci resta altro da fare: un diversivo per distrarci dai pensieri più cupi e dolorosi. Per i miei genitori ho passato il tempo a bestemmiare, per altri come lo zio G. a pregare, in entrambi i casi non è servito a un cazzo. Le conclusioni le lascio a voi.

dimanche 22 octobre 2017

Cattus maior

La questione animali della scorsa settimana ha movimentato il blog, cosa a cui non sono molto abituato, però sono saltati fuori degli argomenti interessanti, e poi è una cosa talmente attuale ed in divenire che non passa giorno senza imbattersi in qualche querelle animal.

Di cani ne so poco, pur avendo passato l'infanzia con i vari cani delle mie zie, ma all'epoca ero piccolo e certi dettagli non li badavo. Una cosa che ricordo è che i tre cani delle rispettive tre zie-sorelle avevano subito fatto branco, così come io ed i miei cugini, una banda di scalmanati; ricordo bellissimi pomeriggi passati nei prati a rievocare battaglie, simulazioni di cacce alla volpe, prese della Bastiglia ed altre amenità storiche rivedute e corrette, attività che coinvolgeva cani e cugini e pure qualche malcapitato visitatore occasionale. Non ricordo fastidi particolari se non la volta in cui il cane di mio fratello decise di scappare per venire a trovarci e si sparò una ventina di chilometri per passare un paio di giorni con noi e poi decise che era ora di tornare a casa. Dopo scoprimmo che mio fratello lo aveva sgridato per non so cosa e lui permaloso, se n'era andato. Lo lasciammo fare, e penso che se avesse deciso di restare con noi, mia madre lo avrebbe accettato senza troppi problemi, felice di sottrarglielo.

Sui gatti ne so di più, per averne avuti. La Gatta, (così si chiamava l'ultima) arrivava dal gattile, quindi è capitata in casa già cresciuta et imparata, ma con tutta una serie di traumi e comportamenti da stress, tipici dei gatti abbandonati. Non è stata una gatta facile, devo dirlo, ma grazie ai consigli della veterinaria sono riuscito a convivere con lei per 18 anni, dico convivere perché La Gatta, era una coinquilina più che un animale di proprietà. 

Il primo periodo è stato il gatto invisibile, si era ricavata un nascondiglio dietro alla caldaia della cucina e lì restava per tutto il giorno. Ne usciva per mangiare e per andare in bagno, e credo per le ispezioni notturne nel cortile, ma nulla più. Dopo un paio di settimane ero preoccupato, ma la veterinaria mi aveva avvisato di lasciarla fare, non forzarla, ne insistere, ignorala mi disse, i gatti hanno i loro tempi.
Così capitò che una sera ero sul divano e si presentò alla porta del salotto, arrivò lì' silenziosa come solo i gatti sanno fare e piantò un MIAO come a dire: oh sono qui! Poco ci mancò che infartassi.

Da allora si è sempre gestita la sua vita, decidendo in autonomia cosa fare, dove dormire e quando fare vita sociale, abbiamo stabilito un linguaggio per comunicare e gli orari di uscita in strada, assolutamente indispensabili per lei. I primi periodi erano solo fugaci pattugliamenti in mia presenza, se io rientravo lei ritornava di fretta, poi ha allungato i tempi, a volte la trovavo ad aspettarmi, altre stava via sino al mattino. Impedirglielo significava renderla nervosa per giorni interi.

Poi aveva le sue amicizie, ebbene si, un suo giro di visite che comprendevano i giardini dei vicini e relativi proprietari, altri gatti, a cui teneva compagnia per un paio di ore per poi tornarsene a casa, il bar della Paola dove compariva solo di domenica. Aveva per 'amici' persone che nemmeno io conoscevo.

Spesso sono stato additato come un padrone menefreghista, che esce e lascia il gatto in strada. Ma aveva il collare con il numero e se avesse combinato guai mi avrebbero trovato facilmente, pur avendo la libera uscita non è mai scappata e non si è mai persa. Qualcuno disse che era una gatta borderline e che dovevo tenerla in casa come fanno tutti. Fuck.

Per parte mia ho sempre seguito le indicazioni della veterinaria, che diceva: trattala come una tua pari, rispetta i suoi tempi e i suoi capricci. Se fa casini la sgridi e lei capisce, spesso bastava un grugnito e un'occhiataccia e spariva.
Uno dei suoi vezzi era la determinazione a sistemare i soprammobili del tavolo in ingresso, non li faceva cadere ma lì spostava come piaceva a lei, in posizioni precise, controllandone periodicamente il mantenimento. Se spolverando venivano disposti in modo diverso lei saliva e rimetteva a posto.

In casa aveva le sue zone, la cuccia con la paglia in cucina se era in attesa del pranzo, una scatola di legno in salotto con dentro un mio maglione per le giornate buone, una specie di grotta ricavata nel cartone delle birre in dispensa per quando detestava il mondo, se stava fuori e voleva farsi trovare allora c'era la pedana del mio scooter o il sellino se era in fase vedetta.

Vivere con lei è stato un bel periodo. Non è stato facile destinarla all'eutanasia quando è arrivato il momento, ma siamo stati insieme sino alla fine, e devo dire che ho sempre avuto una veterinaria sapiente, e poi è il corso naturale delle cose. Tuttavia dopo lei non potrei più avere altri gatti.



dimanche 15 octobre 2017

Non può piovere per sempre

Antefatto:
Esterno notte; 9 ottobre 2014. Una strada del centro città.



Sequel:
Interno giorno; 9 ottobre 2017. Locale al piano terra in una strada del centro città.

Qualcuno è entrato, ci sono delle impronte nel fango secco, somigliano a orme sulla sabbia, le seguo, e arrivo alla scrivania, che ha tutti i cassetti aperti e vuoti, chissà cosa avranno salvato. In compenso sul sottomano in finta pelle, tra il portapenne e un'improbabile lampada da ufficio, oltre alla polvere ci sono i calcinacci crollati dal soffitto. La sedia in tela è vistosamente chiazzata di muffa nera e sullo schedario i raccoglitori si sono abbattuti di lato, come alberi nel vento.
Tutto intorno a questo delirio gli scaffali dei libri sembrano intatti, tranne per una linea alta circa mezzo metro dal pavimento, una fascia marrone che segna a lutto la fine che faranno i libri dei primi due ripiani.
Quelli sopra sembrano apparentemente incolumi, ma a ben guardare alcune sovracopertine appaiono arricciate e i dorsetti di alcuni volumi penzolano eloquenti, una muffetta scura ha macchiato la carta e polvere e ragnatele hanno fatto il resto.

Il pavimento è una distesa marrone con varie sfumature nere o verdastre che lo fanno assomigliare ad una carta geografica. Per istinto spalanco le finestre, che per tre lunghi anni sono rimaste sigillate, il regno dei ragni viene messo in fuga. Entra un timido sole autunnale a rendere più laconico l'ambiente. Avevo dimenticato l'afrore tipico delle stanze chiuse da anni.
Avanzo lentamente, il pavimento è vistosamente sollevato al centro ed attraversato da una spaccatura che ricorda molto il letto di un fiume in secca, in questa geologia mi sento un po' un neo Howard Carter, quindi valuto attentamente dove mettere i piedi, se proseguire o tornarmene indietro come qualche mio predecessore deve aver fatto. Ma sono stoico, faccio foto per ricordare intatto un luogo che a questo punto sarà cancellato dalla memoria.

Non accade nulla, nemmeno la maledizione del bibliotecario contro il barbaro invasore che procederà al macero di ogni volume, nulla!

Dall'esterno arriva il rumore della città, voci di passanti ignari del dramma che si è consumato dietro quella porta chiusa, davanti a cui sono cresciute erbacce e cavalletti di pronto intervento. Resto nella catacomba, il cimitero dei libri dimenticati, mi armo di guanti e comincio a spostare volumi, blocchi incollati di sei o sette libri finiscono della cuffa, si staccano di malavoglia dai ripiani in cui si sono asciugati lentamente per tre anni.
Buttare - pare l'unica parola possibile. Ecco l'immagine della decadenza!
Ai piani superiori la situazione migliora, tuttavia l'odore della carta ammuffita è insopportabile, nella parte centrale, dove anche il soffitto ha ceduto si prospetta un'eutanasia di gruppo.

La sezione bambini pare salva, sarà che la carta di quei libri dovendo resistere alle manine rapaci è più coriacea. Inizio da quella, accatastando tutto sul davanzale della finestra.
Mentre sono lì a bestemmiare mi sento chiamare dalla strada... una mamma occhi a mandorla con piccoletti al seguito, il più grande, che avrà 5 anni sbraita perché ha visto una copertina della Carica dei 101... la piccola si accoda al fratello e tende le manine roteando le dita.

Gli lascio prendere il libro confidando nell'infinità di anticorpi che i piccoli mocciosi possono avere. A seguire un altro paio di mamme uscite dal vicino asilo si accodano per curiosare, i piccoli reclamano il loro bottino. Lascio fare pensando che mi risparmierò alcuni viaggi al bidone della carta.

I libri finiscono, pure Pinocchio, Cenerentola e il teatrino delle marionette che apri e vien su il sipario, Super Gulp, Paperinik, i piccoli non seguono le mode ed io, che mi ero imposto un muso lungo e mi sentivo Torquemada, mi riassesto l'umore a quei gridolini di stupore, immaginandomi i pargoli scorrere le avventure di Calimero nelle loro camerette, sfangando la play o altre diavolerie a batteria.

Che strano, a volte basta davvero poco e una giornata si aggiusta. Così accompagno Voltaire, Maurensig e Saramago al cassonetto, a loro è sopravvissuto Speedy Gonzales.

"Yepa, yepa, yepa! Andale, andale! Arriba, arriba!"

dimanche 8 octobre 2017

Canis maior minor cessat

Alcune settimane fa un'amica ha condiviso su FB un articolo di Luigi Santis, apparso sul Corriere della Sera, nella rubrica Italians diretta da Beppe Severgnini. Il mood è quello del Severgnini provocatore, che riesce a scardinare stereotipi e luoghi comuni con una naturalezza invidiabile.

Lei ha condiviso l'articolo senza commentarlo, ma è immediatamente scattata una pubblica gogna tra alcuni suoi amici; dagli a chi non ama gli animali! dagli a chi OSA mettere like a questo articolo. La cosa che più mi ha stupito è stato il fatto che chi interveniva lo faceva solo per criticare una scelta personale. Come se questo solo fattore rappresentasse una lettera scarlatta bastante per il tutto.

Io ho seguito da lurcher anche perché buttarsi in certe discussioni sui social spesso è improduttivo.

La questione cani, è riemersa con aspetti diversi sul blog di Gioia, ed anche qui è subito apparso netto lo schieramento, pro e contro, come se non sia possibile una zona grigia. Quindi le persone si scagliano insofferenti dell'insofferenza altrui.

Resta una cosa, se dico: a me quelli che baciano i cani mi fanno schifo, immancabilmente chi lo fa, o chi non ci vede nulla di male, si sente punto nel vivo, e si sente in dovere ad esprimersi con l'arroganza di chi ha le ragioni del mondo dalla sua parte; perché il bacio è amore; quindi nascono quei teatrini in cui: tu non devi permetterti di dire queste cose, oppure sciacquati la bocca prima di parlare dei cani.

Una cosa che viene data per scontata, è che il cane DEVE piacere, un po' come il micetto glitterato su FB, se non metti il like sei un insensibile, un mangiagatti; il micetto, cosi come tutta una serie di altri stereotipi, individua il Buono, è come una griffe, serve a far nascere commenti stucchevoli e mielosi, spesso fini a se stessi, ma non importa.

Se questo non accade allora le persone si straniscono.

Mi è capitato di discutere real con una tipa che argomentava sulla questione bacio al cane sul muso, (lei lo chiamava bocca), che già sul pelo ci sarebbe da dirne; ma lei sosteneva che è un segno d'affetto indiscutibile e indispensabile; a chi è indispensabile mi sono chiesto. Alcuni cani quando si incontrano si annusano e si leccano, ma non sempre, e comunque non credo lo facciano per dimostrarsi amore. Per esempio io sapevo che i cani non vanno abbracciati, perché si stressano, ma molti padroni lo fanno e guai a dirgli che sbagliano.

E' che il linguaggio degli animali è molto differente dalle convinzioni umane, quindi anche il bacio può avere un senso per l'umano, ma il cane lo avverte in modo differente.
Ma alla tipa pareva non importare molto, perché l'amore è un linguaggio universale (testuale), ho solo potuto ribattere: a me le persone che baciano il cane o si fanno leccare sulla faccia, mi fanno schifo... tu per esempio tuo marito non lo baci se non si è lavato i denti dopo la sigaretta, ma il cane si, anche se dopo aver cagato si è leccato il culo, vedi un po' tu!

Poi ho lasciato perdere la discussione perché mi stavo annoiando.

Nella mia visione delle cose il cane da compagnia non è previsto; lo so che è una visione poco poetica, ma deriva dalle esperienze contadine della mia giovinezza, per cui un animale per essere preso in custodia aveva bisogno di due condizioni fondamentali, lo spazio (esterno) utile per una vita degna e libera, e la necessità di impiego; per cui il gatto serviva a tener fuori i topi dalla cantina, ed aveva a sua disposizione un giardino per viversi le sue solitudini feline, la gattarola sulla porta del fienile e il bosco a sua competa disposizione, e il cane veniva utilizzato per fare la guardia, o per accompagnare il cacciatore o il pecoraio; ed anch'esso era lasciato libero di girare nell'aia a suo piacimento, i più attenti sistemavano un cancello o una recinzione giusto per evitare che si scopasse tutte le cagnette in calore della valle. Punto. Non era previsto che gli animali dormissero in casa sul letto o nelle camere, e questo non per cattiveria, ma per igiene. 

L'idea di costringere un cane (o un gatto) tra le quattro mura domestiche, facendolo rimbalzare tra cuccia, letto e divano per intere giornate, rendendolo isterico a vita, è proprio qualcosa che esula dalla mia visione del possedere un animale, fosse anche un pesce rosso. E non troviamo la scusante del "ma è un cane piccolo" come se la misura fosse un alibi per poterlo tenere rinchiuso. Stateci voi in una casa grandissima tutta la vita, poi mi dite.

Perché è chiaro che si precipita in una qualche forma di egoismo, per cui la libertà altrui (in questo caso dell'animale) viene sacrificata e costretta in virtù delle personali esigenze e del piacere di ritrovare l'animale in casa al rientro, grato per la libertà concessa con la pisciatina serale. Segue che per compensare questa violenza il padrone senta l'esigenza di esagerare nei comportamenti amorevoli, abbindolandolo con il guinzaglietto carino, il cappottino impermeabile, la ciotola con le impronte o i giochini che fischiano e suonano... palliativi! molti lo fanno coi loro figli, figurarsi con un animale.

dimanche 1 octobre 2017

Manca un titolo e poi è fatta (click)

La sorprendente velocità con cui mi rompo il cazzo di alcune persone questa volta mi ha messo in allarme e mi ha fatto temere il peggio sul mio stato di misantropia che vira dall'acuto al cronico.
E' andata così: all'inizio di primavera un'associazione di fotografi dilettanti (molto dilettanti) ci contatta per proporci una mostra fotografica; tutto da definire, e già qui avrei dovuto dire: ok chiarite un titolo, un cronoprogramma e ne riparliamo. Ma come sempre per non essere tranchant, e dietro l'invito pressante della mia collega, decidiamo di incontrarci.

L'incontro è conoscitivo, ci scambiamo un paio di proposte tra un sorso di birra e l'altro e poi decidiamo di riaggiornarci con idee quagliate, impieghiamo in tutto un paio di ore; neutre... ne piacevoli ma nemmeno fastidiose. Come sempre accade nasce un gruppo di discussione su FB che si intasa subito di faccine e messaggi del cazzo, ma ci stiamo conoscendo e fa brutto dire: l'utente ha lasciato il gruppo. Tuttavia avverto un leggero fastidio, ma lo tollero semplicemente perché lo ritengo frutto di una mia insana precoce intolleranza che andrebbe curata (prima o poi).

Mi prendo anche il disturbo di segnalare un paio di location adatte ad ospitare l'evento, più che altro per poter valutare costi e spazio a disposizione, che a mio avviso vanno tenuti in considerazione prima di far partire qualsiasi iniziativa. Fine - poiché avverto che il mio interessamento rischia di essere interpretato come invasivo.

L'estate scorre nell'oblio, e ci sta anche ma allo scadere dei quattro mesi, un giorno in cui ero inattivo (e questa cosa devo ricordarmela come: lascia-stare-il-can-che-dorme) riesumo il gruppo chiedendo se avevano partorito qualcosa. Risposta immediata ma negativa da parte di tutti, anche di chi non era presente all'incontro, nulla di fatto, nessuna idea maturata, ci stiamo pensando ed anzi: ma voi?
la mia collega saggiamente non risponde nemmeno, io [babbo-di-minkia] mi prendo il disturbo e butto lì un paio di idee, generiche e malleabili, che però scatenano un'alzata di scudi con i NO ben evidenziati, perché LORO non fotografano questo o quello, NON hanno tempo, non SANNO, non credono che - non si occupano di - no!. insomma NO. Guai tarpare la loro ispirazione artistica.

Ingenuamente mi aspettavo delle controproposte che però non arrivano, a quel punto la mia collega propone un secondo incontro nei luoghi oggetto di foto e prospetta delle date, credo più  che altro per un suo desiderio diplomatico. Ma anche così, nulla, i giorni non vanno bene. Punto.

Controproposte ne hanno? NO.

Siccome avevo l'impressione che la cosa fosse fatta scientemente, ho preso la decisione di ignorare completamente tutto l'evolversi della questione e nemmeno per pura curiosità sarò interessato ad un secondo incontro, se mai ci sarà, perché oramai ne ho la certezza, diventerebbe solo una perdita di tempo.

Poi non so perché, sono arrivato a questa conclusione: non ne hanno voglia, non sanno come sfilarsi da una loro proposta di cui devono essersi pentiti, forse gli stiamo pure sul cazzo (la cosa sarebbe reciproca) va a sapere, e allora traccheggiano e stufano sperando che abbandoniamo noi per primi; un po' come quegli uomini che non sanno come mollare la tipa e fanno di tutto per esasperarla e farsi mollare, e rimanere così verginelli dalla parte della ragione, per poter piagnucolare e dire: vedi vedi, sei tu quella stronza che mi ha lasciato con il cuore spezzato.

Poi ho subito iniziato a pensare a questo post ed a una lista di sintomi connotativi dei cazzari-inconcludenti, quelli che si frastornano di progetti ed hanno necessità di incolpare gli altri quando non riescono a portarli a termine. Perché vivo un periodo così, medico/diagnostico se vogliamo chiamarlo in qualche modo, ed ho bisogno di compilare la mia personale Enciclopedia Larousse dei casi umani:

- incontri organizzativi al bar (a me da fastidio parlare di cose semi-serie con il cameriere sul collo)

- assenza di un verbale d'incontro (mi dimentico le cose, soprattutto se ci si rivede dopo cinque mesi)

- negazione di qualsiasi proposta altrui (atteggiamento distruttivo incomprensibile)

- vaghezza in termini logistici, segue assenza di iniziativa.

Ecco mi sono fermato a questi primi quattro con un po' di ansia; keep calm and relax you mi son detto, non è che devi partire a bomba ogni volta. Però dall'altra parte lo vedi subito chi ha la stoffa e sa quello che vuole e deve solo trovare il modo per realizzare l'idea che ha in testa, e chi invece brancola come un micetto cieco.

Dico questo perché gente VispaTeresa Style ne ho già vista troppa e una volta ben individuata è quasi un piacere rimbalzarla, è una sorta di palestra di vita, è apprendimento. Mio e loro.
In questo modo potrò leggermi un bel libro, crudo e spietato come piace a me...

PS. libro da leggere in questo caso: Humbert Selby jr.- Ultima fermata Brooklyn, Feltrinelli, 1977.

dimanche 24 septembre 2017

Essere - Pigna secca -

Essere pigna secca nell'accezione personale è un misto tra: 30% avarizia + 30% avidità + 30% opportunismo e un pizzico di scrocconaggine, e volendo anche qualcosa di più. La definizione deriva dal titolo di una commedia dialettale e secondo me rappresenta benissimo un certo tipo di persone facili da incontrare, meno da riconoscere.

Una caratteristica delle pigne secche è credersi insospettabili, hanno percezione di essere 'furbetti' e cercano di non darlo a vedere, alcuni se ne vantano blandamente, ma quando glielo fai notare si irritano, come se gli rivelassi un difetto congenito.

Un'altra caratteristica del vero pigna secca è che sarebbe disposto a perdere un'amicizia pur di proseguire nel suo vantaggio, e spesso accade proprio così, in questo modo vagolano da una compagnia all'altra in perenne ricerca della condizione ideale, ovvero l'amico (uno o più) che gli offre da bere, li invita a pranzo, gli regala oggetti o vestiti che non usa, li omaggia nelle occasioni canoniche, divide alla romana una pizza&birra contro un branzino&vermentino, e tutto senza aspettarsi nulla in cambio, per benevolenza o per distrazione o semplicemente perché esistono persone pigna verde, che non stanno lì con il bilancino e la lista a controllare il dare-avere.

Normalmente i pigna secca sono prodighi di sentimenti e buone intenzioni, a patto che il tutto rimanga nell'ambito del gratuito, e del non impegnativo, si sentono grossi quando possono passare l'informazione 'preziosa' che a loro non procura nessun beneficio, ma forse all'amico si, forse. Sono quelli che - ah ma se me lo dicevi io conosco uno che - e se glielo dicevate non conoscevano nessuno. Insomma sono dei grandi parolieri, se vogliamo cazzari, ed anche il tempo rientra nelle loro competenze, se possono risparmiarlo a scapito altrui ben venga.

Ora se vi capita di avere a che fare con queste persone, e sono certo che nel quotidiano capita spesso, dovreste provare a fare un esperimento, li guardate serio serio e gli dite: sai mi spiace molto ma devo chiederti un grosso favore ... poi vi inventate qualcosa di credibile ma per voi assolutamente inutile, non importa cosa, ma godetevi lo sguardo appanicato del pigna secca, messo davanti all'amletico dubbio, accettare e disconoscere la propria essenza di pigna secca, oppure arrampicarsi sullo specchio e negarsi con un pretesto qualsiasi, rischiando di rivelarvi la sua identità e perdere future, ghiotte occasioni.

dimanche 17 septembre 2017

Dieci semplici regole per riconoscere un babbo-di-minKia

Ed eccomi qua! sapevo che prima o poi ci sarei arrivato, ad attivare quel fiuto infallibile che ognuno possiede, quel sesto senso che, se lasciassimo funzionare, ci terrebbe lontani da un'infinità di rogne, ma che invece tarpiamo per gentilezza, accondiscendenza oppure educazione.

Ma ora basta!

La prima e forse unica cosa utile per liberare questa autotutela naturale è ascoltare (e dar seguito) a quella vocina interiore che ci mette in guardia da situazioni o persone fa-sti-dio-se, per cui non appena qualcuno o qualcosa non vi convince... rimbalzatelo!!!
In merito sto approntando un decalogo...

1) La voce - una voce lagnosa, con la cantilena, che trascina le sillabe, e farebbe cadere i coglioni anche alla persona più paziente del mondo, (alcuni tendono a parlare a voce alta anche quando non occorre) è il primo segnale. Molti hanno avuto dei professori di liceo così, ma se mancano le altre caratteristiche erano solo: che-palle-prof! o in classe c'era casino.

2) La camminata - i babbi-di-minkia camminano goffamente, le donne sculettano come delle papere, gli uomini come se avessero le mutande inamidate, la camminata strascicata è riconoscibile in entrambi, soprattutto in estate con la sciabattata sciatta.

3) La gestualità - movimenti tentennanti anche nelle mansioni più semplici e quotidiane, mano a teiera, e in generale quel fare svagato alla "vispa-teresa" (tipico il ciondolamento della testa).

4) L'uso delle parole - il linguaggio è basico, difficilmente adottano parole con richiami letterari, più spesso utilizzano dialettismi, o confondono i termini, usandoli a sproposito; un classico... l'uso smodato dell'intercalare: EH; usato come domanda o come rafforzativo di una frase (guarda che io l'ho detto eh!)

5) L'abbigliamento - può essere trasandato, dozzinale, oppure terribilmente old, come se avessero trovato i vestiti nelle buste per i ciechi.

6) Lo sguardo - spesso è perso nel vuoto e non perché siano miopi, a volte accompagnato dalla respirazione a bocca aperta che anticamente connotava lo sciemo dello villaggio.

7) Umorismo - il vero babbo-di-minkia ne è totalmente privo.

8) Iniziativa - idem come sopra, quando va bene vanno in imitazione di altri, ma con scarsi risultati.

9) Help desk - detta anche capacità di desbelinarsi, manca perfino per le mansioni più banali, hanno perennemente bisogno che qualcuno li aiuti in qualcosa, che non sanno, che non hanno capito e che non riescono proprio a fare da soli. Normalmente poi richiedono una seconda spiegazione.

10) Se hai letto sino qui ed hai almeno tre delle caratteristiche elencate, allora sei un babbo-di-minkia, o una babba-di-minkia,
quindi addio!
Non commentare neanche, perché ti cancello il commento, ti irriti? fregacazzo, fattene una ragione, vai e metti un gattino su FB e ti risolvi la giornata con i like, se esci invece... vai a fare la fila alla posta senza prendere il numeretto.

dimanche 10 septembre 2017

Scurdámmoce 'o ppassato

Trovare notizie liete è difficile, ed inizio a temere che andando avanti così finirò pure io per concentrarmi solo sulle rogne. Ci pensavo leggendo la notizia del rogo di Faragola, un sito archeologico che è stato incendiato, pare dalla malavita locale, i veri veri motivi probabilmente non si sapranno mai.
A me venivano in mente altri opportuni incendi dove chi controlla crea il danno per speculare sulla catastrofe, e così sono rimasto scettico per tutta la lettura dell'articolo e nemmeno sono riuscito ad incazzarmi.

Nel leggere invece mi sono concentrato su come vengono confezionate le informazioni; innanzitutto mi sono chiesto come sia possibile che una copertura ignifuga (così la definisce nell'articolo) possa essere incendiata. Siccome siamo in Italia e siamo al Sud mi è sorto il dubbio che forse tanto ignifuga non era, ma anche scoprendo esattamente i modi ed il perché di un atto simile, la sostanza non cambia, il danno c'è e rimane, dimostrazione di incapacità e di sottocultura.

Comunque sia, il mood è: guardate che disastro, ah ma noi non ci arrenderemo e sfidando tutto e tutti rimetteremo tutto a posto.
A me verrebbe da dire: guarda, grazie ma anche NO. Lascia perdere che è chiaro, siete in minoranza e nemmeno troppo intelligenti, poi chiedete soldi pubblici facendo leva sulla lotta e sul contrasto ad una criminalità che da oltre 150 anni state combattendo, sono soldi cacciati nel cesso, se hai problemi d'orgoglio emigra e risolvili altrove, perché è chiaro che lì non ci cavi un ragno dal buco.

Quindi consiglierei... riseppellite tutto, mettere i teli di protezione, un bello strato di terriccio e lasciate che i posteri, se mai ce ne saranno con adeguate capacità cognitive, se la riscoprano integra e la valorizzino loro perché così gli state consegnando solo altre rovine e cenere.

Razionalmente trovo sia la scelta più onesta, che senso ha accanirsi e devastare ulteriormente un bene plurimillenario, che una vota ri restaurato sarà nuovamente esposto al degrado e all'abbandono?

dimanche 3 septembre 2017

Il caro - vecchio - negozietto di quartiere

Una cosa particolarmente fastidiosa, almeno per me, è comprare nei piccoli negozi, quei cari negozietti di quartiere dove si conoscono tutti, dove il negoziante ti chiama per nome, sa quello che compri abitualmente e si fa i cazzi tuoi per poterli raccontare agli altri clienti; per fortuna nel quartiere dove vivo sono spariti quasi tutti, trasformati in più utili garage, oppure restano li chiusi nell'abbandono che meritano ingombri di masserizie... e sono contento, principalmente perché siamo in Italia e i commercianti al dettaglio appena possono te lo mettono nel culo, quindi meglio si estinguano.

L'esempio classico è l'acquisto di prodotti a peso, gli chiedi due etti e te ne ritrovi 3, con la classica frase: è un po' di più, lascio?
No! cazzo ti ho chiesto due etti e me ne dai due etti.
Ma puntualmente arrivo a casa peso e trovo almeno un 60 o 70 grammi in più. Pagati ovvio. Così loro smerciano e il cliente invece di spendere 6 euro ne spende 7e50..

Questo quando va bene, perché dall'altra parte ci sono quelli che ti fanno pagare il vassoio di cartone come le paste o la carta doppia come il prosciutto. Quelli che prendi cinque mele e una è marcia e via così, oppure si sbagliano a darti il resto.

Allora ho istituito questa tattica, controllo il prezzo al chilo e quando pago faccio quello che cade dal pero: ma come le ho chiesto due etti, sono tre euro... non quattro e trenta. 
A questo punto la loro frase tipica è: eh vabbé per pochi euro in più che sarà mai.
Così io rispondo: guardi io le do tre euro, poi veda lei; per pochi euro in meno che sarà mai?

Allora magicamente diventano precisissimi ed imparano a stabilire esattissimamente e ad occhio quantità-peso, per cui formaggi, affettati, focaccia improvvisamente trovano il giusto.
Siccome questa cosa è fastidiosa, e non ho voglia di star sempre lì a questionare, a controllare, il resto o la qualità, ho risolto che compro tutto al supermercato, in confezione chiusa e vaffanculo. Ci risparmio anche tempo, devo solo controllare la scadenza e pagando con la carta ho la certezza di non avere spiacevoli prelievi.

Quindi quando sento quelle reprimende contro la grande distribuzione rea di aver affondato il commercio al dettaglio, oppure quei nostalgici che parlano di librerie e baretti come si trattasse di opere pie di mutuo soccorso non posso fare altro che ridere.

E poi in zona servono posti auto.

dimanche 27 août 2017

La grammatica, ma non solo

Mi capita sempre più spesso di imbattermi in strafalcioni grammaticali anche gravi e gravissimi; questo accade soprattutto negli annunci economici dei vari siti o mercatini. La cosa è preoccupante mi son detto, perché davvero l'ignoranza dilaga, poi ho risolto che sono affari loro, e poi ho nuovamente ripreso a preoccuparmi, perché se questo accade significa che da qualche parte l'educazione scolastica ha fallito, penso verso la terza elementare a giudicare dal tipo di errori commessi.

Tuttavia mi chiedo: ma almeno per confronto, si saranno resi conto che sbagliano? O proprio non sanno e nemmeno miglioreranno mai? Si prospetta un futuro in cui pur sapendo leggere e scrivere sarà come essere circondati da analfabeti. Commettere errori (grammaticali) senza averne coscienza non è poi così terribile, è non avere lo stimolo per migliorarsi o la curiosità di crescere che trovo preoccupante. E sempre più spesso mi accorgo dell'anestesia in cui vivono i più... e son tanti davvero! Comunque, tornando a bomba...

...a me capita spesso di scrivere un'altro con l'apostrofo, è un errore che mi tiro dietro dalle elementari, (alcuni quaderni lo provano) però non c'è verso di sistemarlo, ma lo so e ogni volta che scrivo faccio due salti indietro a correggere, poi ci sono quelle situazioni in cui risistemo un'intera frase per evitarmi la parola antipatica, e poi c'è anche da dire che certe rogne le segnala il correttore automatico per cui ci sono facilitazioni. Correttore che per altro è attivo su molte piattaforme.

L'altro giorno c'era un annuncio di una tipa che diceva: cerco casa in affitto, città e d'intorni.
Una svista ho pensato! poi nel commenti rispondeva a uno che le offriva un appartamento nei dintorni senza apostrofo: siamo apposto così, quindi era una recidiva. Ho provato ad immaginarmela, che lavoro farà una così? la bidella? leggerà riviste rosa dalla parrucchiera, o manco quelle, sarà una che nella lista della spesa scrive mele, pane, crechers e condivide gattini su FB?

(vi ho mai detto che raccolgo liste della spesa abbandonate nei carrelli del supermercato?)

Poco più avanti un'altra vendeva un lampadario d'appendere, c'era la foto, ed io non guardo mai l'oggetto ma lo sfondo, la casa del lampadario d'appeso, tende lucide di poliestere dorato che le trovi dai cinesi a 15 euro, poi le foto dei figli nelle cornici di plastica dell'Ikea, e il plaid di pile con la Sirenetta sul letto matrimoniale, c'erano anche i cuscini con il bordo di pizzo in simil-raso. Anche da come arredano si capiscono molte cose, un giorno ne parleremo.

Più avanti un tipo che aveva tutta l'aria di quello che sta svuotando il garage per fare posto allo scooter del figlio, vendeva un bigliardo, e le sue boccie (ma ne manca qualcuna). Testuale.
Nel commenti gli ho scritto: biliardo! è stato più forte di me, ma non ha risposto, nemmeno ha corretto, uno stoico. Però sono stato discreto, avrei anche potuto dirgli dove mettersele le bocce che non aveva perso, ma sono in un periodo gentile.

Il suo meglio a mio parere lo ha dato una tipa, mia amica su FB non saprei per quale combinazione o mia debolezza, non commette errori grammaticali, ma la sua vuotezza mentale è degna di concludere questo post... insomma sta tipa chiude la stagione estiva del suo B&B così:

Grazie ospiti per aver scelto me, oltre che i miei appartamenti.

Maddiobbono quanto sei snob da uno a ciento?!! che vomito di frase da piccola borghesuccia di sto cazzo. Quasi mi veniva da risponderle qualcosa, poi mi son detto: cosa rispondi a una così?

Ah si! le puoi dire: te e i tuoi appaVtamenti? ma v'affanchiulo!!



dimanche 20 août 2017

La Nella

Ci torna tutti gli anni, in agosto.
Nella stessa casa, lì al paese, dove d'inverno non ci abita più nessuno. Per me era come tornare in un cimitero di ricordi, di case in rovina accanto ad altre che si stingono lentamente, viottoli pietrosi, che contendono ai rovi lo spazio rimasto tra le case, aie dove si ballava ed adesso cresce l'erba medica per conigli che nessuno alleva, tra orti estivi che cederanno alle erbacce dell'autunno.

Ci sono tornato due volte, ma i miei occhi filtravano tutto con le lenti del passato, così ho lasciato perdere, e mi son detto: mai tornare nei luoghi dell'infanzia!

Ma a Lei piacciono i ricordi, tanti, tutti, ci ha sempre convissuto, ma non solo, le piacevano i ricordi di ricordi, di vecchi che ricordavano i loro vecchi, quando il paese era Paese, di mucche e galline, di contadini a far fieno, quelli con il fiasco nella sacca e la falce da molare, e le mogli a fare i formaggi, a battere il bucato alla fontana. Paese di odore di pane al mattino presto, e mosto quando era stagione.
Paese quando c'era ancora chi ci nasceva, e il dottorino arrivava in 500, che lo sentivi dalla curva della cascina vecchia, quella che avevano costruito appena era passata la strada, gli altri scendevano a piedi, dalla mulattiera, sino al bivio a prendere la posta quando passava la corriera. Rituali scomparsi come la mulattiera, inghiottita dal bosco.

Ma Lei ci torna ogni estate, quando può anche nei fine settimana, e lo so, appena potrà ci andrà ad abitare, per incurvarsi  sul grembiule a fiori, come sua madre, o come sua nonna, sulle castagne nel seccatoio.
Si metterà nella loggia a pulire i fagioli dell'orto, come faceva la sua bisnonna, per dire ai foresti che vanno su solo per camminare, com'era il paese quando era Paese, e raccontare loro dei ricordi di ricordi.

Lo farà perché lo desidera più di ogni altra cosa, glielo leggevo negli occhi quando eravamo bambini, che noi stavamo lì a giocare e lei a prendere le misure dei ricordi da raccontare, anche se non lo diceva, vuol vivere nella sicurezza e nella quiete delle finestre da cui si vedono solo cielo ed alberi.

dimanche 13 août 2017

Conosco i miei polli?

La scorsa settimana ad una cena a casa di amici, dove si conoscono amici di amici, etc. mi trovo seduto accanto ad un tipo che per riempire la conversazione tra una tartina e un prosecco, mi fa?

- Ma tu hai mai fatto trading?

Siccome ho sempre guardato alle cose vinci/guadagna/risparmia facile con sospetto, ho fatto l'ingenuo e gli ho chiesto di cosa si trattava... la prima risposta, saputella, è stata un:

- Bhe sono investimenti on line che poi ci guadagni!

Sembrava la cosa più facile del mondo, come rubare caramelle ad un bambino, chiaramente una risposta del genere era insufficiente, così gli ho chiesto meglio, fingendomi interessato; lui ha bofonchiato cose che parevano la poesiola imparata a memoria per la recita di Natale e poi, siccome mi stavo scocciando (è successo quasi subito) sono andato al sodo con un paio di domande da affondo:

Quanto ci hai investito in soldi?

- Mah per ora solo un cinquanta euro, sai per cominciare è il minimo.

E quanto ci hai ricavato in soldi?

- Nulla per ora, ma se vado sul sito ogni giorno, potrei anche guadagnare 1000 euro al mese, ma non ho tempo, eh si lo so dovrei dedicarmi, ma ora mi ci metto sono in ferie, però devo attivare gli altri investimenti. (bla bla bla).

- Quindi ti hanno inculato 50 euro e per proseguire devi investirne altri 50? non mi pare un buon affare. (segue sorrisetto malizioso)

- Ma se vuoi guadagnare bisogna investire, e poi l'amico di un mio amico ha investito 400 euro, più investi più guadagni capisci (bla bla bla), anzi se ti interessa ti presento come nuovo iscritto e hai un BonuS, ed anche io ottengo un BonuS... insomma conviene ad entrambi, capisci?!

- Si certo, anche se non capisco come viene contabilizzato il BonuS, sono soldi che ti danno? e poi i guadagni come li versano? Vanno dichiarati al Fisco? hanno un'aliquota del 22%?
mi sembra che la fai troppo facile.

- Oh non saprei, devo leggere le condizioni, ma ho poco tempo, però il meccanismo è semplice, è come giocare in borsa in pratica.

- Spiegamelo! io le regole per giocare in borsa non le conosco.

- Eh ma così, bisognerebbe vedere sul sito, ma devi essere iscritto...
(iscrizione a pagamento 'solo' 20 euro e 'solo' fornendo i dati della carta di credito, ndr
comunque ci sono delle azioni da comprare, poi dopo un po' le rivendi e ci guadagni! Vedi è semplice!

A quel punto ho lasciato perdere perché mi è sorto il sospetto di parlare con un imbecille che in sei mesi si è iscritto ad un sito lasciando i dati della carta di credito (nemmeno una prepagata) e non ha idea di cosa deve fare per proseguire, un sito dove può comprare e vendere azioni che gli propone il sito stesso, commissione compresa che gli viene prelevata in automatico dalla carta di credito.
Tutto fatto con l'ingenuità degna di un bambino che caga.
Ma è stato interessante il finale della discussione...

- Quindi sino ad ora hai speso... vediamo 20 di iscrizione + 50 per iniziare + 50 per proseguire:
Totale 120 euro e non hai guadagnato ancora nulla?!

- Bhe! si ma sai non ci ho dedicato molto tempo, ma il totale non lo avevo fatto, 120?? sei sicuro?? e dai, vabbè sono 'solo' cento euro, non ci vado mica in rovina.

A quel punto ho concluso che certe persone meritano questo, meritano di essere imbrogliate, ne sono felici... e quasi rimpiangevo quelle cene dove si parla solo di auto de luxe, calcio e figa!!!

dimanche 6 août 2017

Dite... cheese

Una cosa che sto valutando con irritazione (una tra le tante) è la questione foto-dei-figli-su-FB e più in generale foto-dei-figli-sul-web. Prendo FB come esempio per il solo fatto che è il social che utilizzo maggiormente.
Prima o poi lo trovi qualche amico che esibisce il pargolo; ritengo la cosa abbastanza stupida, soprattutto quando viene fatto con insistenza e quando il pargolo è nell'immagine del profilo o in quella di copertina, non tanto per la questione minori => privacy => pedofili e tutte quelle faccende connesse alla divulgazione del proprio privato, ma per la questione decisione del genitore su una libertà altrui; è la solita storia, essere orgogliosi per qualcosa che è stato semplice ottenere.
Perché dai... mettere incinta la moglie, c'è da esserne orgogliosi?

A mio parere no!

Oltre ad avere un fastidioso catto-sapore di crescete&moltiplicatevi, con quel retrogusto stantio di campagna acquisti del ventennio, e volendo andare più indietro fatta-l'Italia-facciamo-gli-italiani e tutte quelle minchiate da propaganda di sistemi che avevano (ed hanno) solo bisogno di braccia da mandare in guerra, oppure pecorelle da sfruttare in vari modi, ditemi dove sta l'orgoglio?

Perché mi aspetterei che un genitore sia orgoglioso dei risultati dell'educazione data al proprio figlio e non del figlio in quanto tale, anche accettando la variante che ogni scarrafone è bello a mamma sua, ed un genitore equilibrato sa rendersi conto se ha partorito un enfant prodige o un bimbominkia, ed il fatto di non voler riconoscere quest'ultimo è solo per salvaguardia dell'autostima. Ma queste sono sottigliezze, deroghe che posso pure concedere ed accettare.

Divido anagraficamente la situazione, prima dell'età della ragione del pargolo e dopo, (sul genitore ho perso le speranze) badate bene non maggiore età. Dico questo perché un figlio (in adolescere) potrebbe ad un certo punto dire: senti pà per pubblicare le mie foto devi avere il mio benestare, oky?? perché non esiste che quando avevo un anno hai pubblicato una foto mentre mi cambiavi il pannolino e adesso tutte le mie compagne di classe mi prendono per il culo e dicono che ce l'ho piccolo.

Verrebbe poi da chiedersi la reale necessità di postare foto-ritratti dell'infante, in quanto ai parenti possono essere mandate per mail e agli amici delle foto dei figli altrui non gliene frega un beneamato cazzo, (io in testa) ed al massimo possono esordire con qualche scontata carineria, perché nessuno mai si sognerebbe di dire: tua figlia è un cesso, ma sai com'è... brutta in culla, bella in piazza. Speralo!

Quindi si fa strada il sospetto che molte coppie riescano a dare un senso alla loro esistenza solo ed esclusivamente in funzione procreativa; ed appena ciò accade si sentono in dovere di esibire il motivo del loro unico orgoglio, (in questo devo riconoscere il danno cerebrale che causano certi cattosermoni). Anche il coniuge che accetta, imita o incoraggia è da considerarsi complice e babbo-di-minkia a seguire.

Ricordo ancora con ribrezzo la faccia stravolta di una puerpera fotografata dal marito in ospedale e sbattuta su FB, assieme alla neonata, rossa ed informe come un pomodoro caduto dal frigo.

In questi casi viene da interrogarsi sulla questione delle priorità, perché in certi frangenti lo scatto, per quanto facile e veloce che possa essere, è l'ultima cosa a cui penserei, ed allo stesso modo il soggetto fotografato potrebbe avere il pudore di non voler apparire sulla piazza mediatica dopo 12 ore di travaglio, capelli stile esorcista ed occhiaie a tema.

Però sono felice di scoprire questi risvolti, per la solita questione di riuscire a selezionare palesi o potenziali imbecilli da rimbalzare, e quindi evitarmi rogne e discussioni con persone dalla psicologia problematica.

In buona sostanza, la presenza di minori nelle foto pubbliche la trovo accettabile in caso di gite o escursioni o foto di famigli al desco, insomma in foto di gruppo in cui ha un senso la compresenza di tutte le generazioni - partecipanti, ma per il resto auspico sempre il recupero del caro vecchio album di famiglia in cui chiudere tutte le foto.

dimanche 30 juillet 2017

Di Gomorra e dalla parte dei cattivi

Il libro di Saviano non lo avevo ancora letto, avevo sbirciato qualche pagina ed ho preferito aspettare, aspettare di aver coraggio per digerire quelle righe. Poi... dopo la serie in tv (che non ho visto), mi è sembrato quasi inutile leggerlo... anzi mi ero proprio dimenticato della questione, perché la lista dei desiderata è troppo lunga, poi mi sono imbattuto nell'audiolibro letto dall'autore ed ho ceduto.

È stato il pugno nello stomaco che temevo fosse. L'Italia che ne esce non mi piace, mi irritano quelle verità, e soprattutto mi irrita come la politica e gli organi d'informazione si tengano alla larga, almeno in superficie, da tutta quella merda, mi irrita come una certa parte della cultura avvalli la mentalità corrotta, accetti il malaffare come qualcosa di naturale, nemmeno cronico, ma proprio parte fondante del sistema.

Tuttavia una cosa è chiara, la situazione è talmente compromessa da rendere folle il solo pensare di risolverla, altro che passare al pianeta gemello (autocit.); in questo mi riferisco in particolare alla terra dei fuochi, perché se è immaginabile attuare strategie per togliere materiale umano alla camorra, anche dopo cento anni di sforzi vani, è impensabile risanare zone con concentrazioni di inquinanti tali da renderle inabitabili per millenni, e per poi portarli dove? Sarebbe uno spostare montagne, quindi rimettere in circolo tutto il processo, contaminare sempre di più, cose e persone, sprecare altro denaro che finirebbe comunque nelle tasche sbagliate, sottratto ad altre priorità, spreco nello spreco. In tutto questo sconforto mi sono aggrappato a qualcosa di concreto, un concetto, su qualcosa dovevo salvarmi; mi è piaciuto quello sulla bontà.

Essere buoni è difficile, dice Saviano, se sei buono perché non puoi fare altro, non sei un vero buono, lo fai perché non hai altra scelta, la tua bontà non ha un gran valore, e quindi non puoi fregiartene, è una bontà vigliacca. Se invece potresti essere cattivo, e magari lo sei anche, e dalla tua cattiveria trai convenienza e rispetto, ma decidi di non avvalertene, magari anche a tuo detrimento, allora sei Buono, perché hai operato una scelta coraggiosa e consapevole, hai attivato una bontà nobile.

Così spesso capita di incontrare buoni per comodo o per convenienza, e buoni che non hanno altra scelta, (dovrò imparare a riconoscerli) che forse ad una bontà del genere è preferibile lo stronzo. Quindi i cattivi sono più liberi, loro hanno la possibilità di scegliere. Insomma il cattivo che sceglie di fare il buono è quasi più preferibile del buono senza altra scelta.

dimanche 23 juillet 2017

Sulle novità e sui cambiamenti

Allora... l'altro giorno mentre girellavo per il web ho trovato questa piccola lista sul panico da innovazione tecnologica che affligge alcune persone, detto anche tecno panico, che suddivide le reazioni in base all'età dei soggetti:

quando nasciamo: tutto quello che troviamo è normale

fra i 15 ed i 35 anni: il nuovo è eccitante, rivoluzionario ed è solo un'opportunità

dopo i 35 anni: tutto quello che viene inventato dopo è contro all'ordine naturale delle cose

Da come veniva spiegata, la cosa è valida dall'invenzione della ruota in poi, ogni epoca ha avuto la sua paturnia; detto ciò, mi metto nell'ultima categoria ed estendo il panico anche al mondo delle innovazioni in generale, escludendo i social, (paura eh!?)... a mio avviso il mondo dei social e FB in particolare, è una grande opportunità per evitarsi delle rogne con le persone. Oramai quasi tutti hanno un profilo da qualche parte, e pubblicano 'contenuti' ovvero quasi tutti ci tengono a far sapere i cazzi loro al mondo, anche quelli che si lamentano di ciò.

Sfruttare la cosa a proprio vantaggio è semplicissimo, anche perché, per il principio dell'imitazione, anche persone tendenzialmente riservate prima o poi vengono attratte dalla possibilità di esibire foto o pensieri, anche semplicemente condividere o finire taggati nei profili di qualche amico, ciò è sufficiente per capire con quale tipo di persona si ha a che fare.

Fine preambolo - inizio aneddoto.

Mentre mi trovavo catapultato in una delle tante messaggerie un-tanto-al-chilo, che raccolgono deliri comuni con la scusa di organizzare una serata in pizzeria tra 15 persone (compresi amici di amici) usando un centinaio di messaggi, incrocio il profilo di uno dei commensali, e... bhe non ci crederete ma la metà delle foto del suo profilo lo ritraevano a torso nudo, (non che non sia un bel vedere), però dico: esibizionismo ed egocentrismo a manetta, ok la palestra però era proprio in fissa.
La cosa già fastidiosa in se era giustificata dall'amicizia con una fotografa in erba, che oltre a riempirlo di like e cuoricini, gli ha consentito di rimpolpare interi album di scatti fantasiosi, e pseudo artistici. Bianco e nero, e tutte le sfumature perseguibili con photoshop.

Ma la chicca vera e propria dovevo ancora scoprirla, infatti il babbeo aveva in un album condiviso (quindi pubblico) alcune foto BN che lo ritraevano in nudo integrale, ma in pose artistiche ovvio, accanto a statue anch'esse nude.

Ora qual'è il problema direte voi, il problema è trovare statue nude a grandezza naturale, roba fatta bene s'intende, cosa mica facile, ma anche trovandole, non è che uno si può mettere nudo... lì, accanto alla statua di Garibaldi. Il problema è stato brillantemente risolto dalle statue del cimitero monumentale, quelle situate nei meandri del boschetto, nelle zone più deserte e dimenticate. 

Anche provando a ragionare nei termini più artistici che riesco a trovare, immaginarmi uno che si spoglia e si mette in posa accanto alle statue... bhe proprio non ce la faccio, è più forte di me. Non tanto per una presunta e sopraggiunta pudicizia, ma proprio per una questione di sanità mentale.

A quel punto la voglia di mangiare una pizza mi era passata completamente, ed ho esteso il mio ribrezzo a tutti i potenziali commensali, perché già mi immaginavo la conversazione: buona la pizza vero? com'è sedersi con il cazzo di fuori sulla statua dell'angelo del silenzio di Monteverde? ma dimmi: pungono il culo gli aghi di cipresso? mi passi la birra grazie.

Decisamente queste innovazioni del costume sono troppo avanti anche per uno che c'è nato.