dimanche 29 octobre 2017

E molte sono quelle cose delle quali ci dobbiamo (con)fidare - parte 2°


Di Marta ne ho parlato due cicli di chemio fa, oggi inizia il terzo e posta su FB questa foto, esibendo un indiscutibile senso dell'umorismo, e una punta di cinismo che davvero non le avevo mai riconosciuto. Io questa foto la trovo di una tenerezza disarmante, e mi chiedo cosa penseranno i suoi figli e suo marito di questa sua nuova forma di guerriglia.

E qui si tocca un discorso spesso, quello della consapevolezza della morte, ne discutevamo l'altro giorno con alcuni amici, la Ila sosteneva che le crisi degli adolescenti, sono causate proprio dal fatto che il corpo a quell'età assume la sua forma 'definitiva' terminando una crescita che rappresentava la vita ed il cambiamento. L'inconscio raggiungimento di questo traguardo è causa di disagio e ribellione.

A mio avviso la consapevolezza della caducità della vita non ha un ordine cronologico, almeno consciamente, quindi mi tengo sul pratico e conosciuto; per me quella scomoda consapevolezza è arrivata il giorno della morte dei miei genitori, e penso che la loro mancanza sia il vero grande giro di boa, lo scatto che divide il mondo in prima e dopo. Per me è stato così, quindi non credo ci sia un'età definibile cronologicamente, piuttosto c'è un insieme di fattori variabili e soggettivi, che portano ad un unico risultato.

Tornando a Marta invece credo che la consapevolezza sulla caducità della vita, la sua in particolare, sia arrivata con la malattia, comunque troppo presto; mi piacerebbe confrontarmi con lei per capire cosa c'è nel profondo del suo animo e quali abissi si siano spalancati, quali siano le speranze a cui attinge per non sprofondare ogni giorno. Ma forse con questa foto dice già molto.

Per parte mia posso dire di aver pregato per lei, affinché tutto questo si risolvesse in bene, lo so che è stupido scriverlo, a mia discolpa potrei dire che la preghiera è l'unica cosa che abbiamo quando non ci resta altro da fare: un diversivo per distrarci dai pensieri più cupi e dolorosi. Per i miei genitori ho passato il tempo a bestemmiare, per altri come lo zio G. a pregare, in entrambi i casi non è servito a un cazzo. Le conclusioni le lascio a voi.

15 commentaires:

  1. Ad iraq di pranzo mi son chiesta "ma in che forma e in che luogo mi parlerà Pier/"
    Ed eccoti.
    Si, adesso sono più nel mondo, più nelle cose e più sola.
    Ho la fortuna di essere ancora "figlia", ma oggi non sono più "nipote". Un passo in avanti che avvicina anche la mia, di morte.

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    1. e pensa a tua mamma, è lei che adesso si sente in prima fila, quello sentirsi soldatini malgrado tutto.

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  2. Io ho avvertito il senso di finitudine, di termine, di morte, dopo che mi sono separata, anche mio marito mi confessò di vivere una sensazione analoga. Nelle persone giovani, comunque non vecchie, la morte è sempre una violenza.

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    1. Fa più paura la solitudine della morte, qualcuno lo diceva nella discussione di cui sopra, forse è vero, questo spiegherebbe perché alcuni non sono capaci di interrompere i rapporti tossici.

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  3. La diagnosi di un a malattia che può condurre alla morte è un trauma incancellabile: ti disintegra, smetti per sempre d'essere quello/a "a cui non tocca", una coscienza, questa, che ti porterai dentro per sempre, una consapevolezza pesante che è quasi impossibile spiegare, persino a chi ti è più vicino.
    E' una sensazione indescrivibile: ti senti lontano dalla terra e, insieme, saldo nella realtà terrena.
    La realtà diventa necessariamente "corta", immediata, come una serie di azioni di guerra da programmare una alla volta.
    Un evento di questa portata può, per assurdo, lasciarti più sano (mentalmente) di prima, più consapevole della necessaria gerarchia di valore delle cose, più incline ad incazzarti con chi perde i giorni parlando di sé stesso allo specchio, (ma anche quest'ultima cosa è un segnale di maggior salute mentale, io l'ho vissuta così).

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    1. vero! un evento di questa portata ti lascia sano (mentalmente) e incredibilmente consapevole... se sopravvivi, ma comunque nel breve periodo prima di...

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    2. Beh, io sono sopravvissuta...e tocco ferro! La malattia grave comunque "ti guarisce" e ti regala un'impensabile lucidità aggiuntiva, che rimane per sempre.

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  4. Si fa quel che si può come si riesce, soprattutto quando non si può davvero fare niente per risolvere il problema! Io ho capito cosa fosse la morte a 8 anni quando ho rischiato di perdere mia madre... Si muore sperando che prima si abbia vissuto davvero, ecco questo punto mi fa smattare: l'idea che si possa morire senza aver davvero vissuto quello che avremmo voluto vivere che ci facesse sentire vivi e non aver più tempo per rimediare, andarsene incompleti, parzialmente felici e totalmente disperati!

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    1. andarsene incompleti... pensare che a volte rimandiamo cose solo perché il tempo pare infinito e dalla nostra...

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    2. Eppure, quando "ti riguadagni la vita" cominci a pensare soprattutto in termini di futuro, ti risvegli affamato di vita e non pensi più di tanto a quella che hai lasciato nel piatto. E questo ti salva e ti manda avanti, credimi, Pier.

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  5. Si vive di incredibili mwnzogne, oppure si muore con troppe verità addosso.

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  6. questo pensiero-citazione lo ha postato Marta oggi... e credo che in qualche modo, non saprei dirvi come, ha fatto crescere anche me.

    Autrice "Silvia Cavallotti" ma mi rispecchia totalmente.
    In punta di piedi entra nella tua vita ed all'improvviso spalanca una porta verso quella che sarai. I ritmi del quotidiano hanno un'inversione di marcia: tutto diventa caotico, non conosciuto, non comprensibile. Una parola e tutto non è più come prima. Il futuro? Non è più scontato. Gli affetti? Messi alla prova. E tu? Non sai più chi sei. Tutto è veloce e nello stesso tempo scorre piano. Hai paura, ma rassicuri gli altri. Mille appuntamenti ma vuoi mettere in ordine, perché ai tuoi non deve mancare niente e non vuoi farli preoccupare.
    Congeliamo il dolore, la paura, lo sconforto ed affrontiamo tutto per non pesare sugli altri. Ma congelare impegna energia: la fatigue ci fa rallentare e noi siamo lí perse in emozioni sconosciute. È come navigare a vista. Il porto sicuro lo vediamo lontano e non sappiamo se saremo capaci di raggiungerlo, ma lottiamo come solo noi sappiamo fare. Ci facciamo belle con parrucche che odiamo, con vestiti che non tornano, con occhi incerti ma truccati: ci facciamo belle per gli altri, perché non si sentano a disagio. Ci facciamo belle per i medici, per far vedere che ce la mettiamo tutta. Andiamo sistemate alla visita di invalidità, perché davanti a quegli occhi indifferenti vogliamo mostrare che abbiamo dignità.
    Questo siamo.

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  7. Sottoscrivo tutto, l'ho conosciuto da vicinissimo. È un vivere dentro e fuori se stessi, a metà strada tra disperato coraggio e indomabile speranza.

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