dimanche 26 juin 2016

E tu aspetta un amore più fidato

Esteban si è sposato ed ha avuto due gemelli, lo dice il giornale. Lo avevo conosciuto quando lavoravamo assieme, ed avevo apprezzato che fosse capace di farsi i fatti suoi, distinguendosi dal branco di pettegoli da pausa caffè. Poi un giorno mi capitò di incrociarlo in sala mensa e scambiammo un paio di battute, mi era stato di aiuto, senza immaginare quanto, gli avevo chiesto un consiglio su come reagire agli atteggiamenti dello zoo di squilibrati del terzo piano. Avevo sempre pensato che di quell'ambiente non me ne fregava un cazzo, sino a quando era arrivata Sara. Con lei si riusciva ad avere un dialogo, ma non andava d'accordo con le altre. Prima di andarsene mi aveva confessato: ci sono giorni in cui vado in bagno a piangere! Se non ci fossi tu con le tue battute non avrei resistito così tanto. Ma adesso basta, ho un figlio piccolo e voglio stare con lui.
Se n'era andata così la Sara, senza salutare nessuno; per godersi la piccola peste, perché che senso ha lavorare tra queste vipere solo per pagare la retta dell'asilo? Voglio vederlo crescere e non spostarlo come un pacco dall'asilo ai nonni.
Aveva ragione. La partenza di Sara aprì un mondo in cui non avevo osato affacciarmi. Ne parlai con Esteban durante una pausa pranzo, un accenno distratto, pensavo non gli importasse, ma lui fu molto solidale, non me lo aspettavo, in fondo ci conoscevamo appena. Le sue parole furono un buon antidoto.
Quando poi conobbi Michele scoprii la fonte di quella sicurezza. Era motivante, faceva crescere dei bei pensieri. E tutto il resto non ti intacca.
Poi me n'ero andato anche io, salutando un paio di persone, dimenticandomi degli altri, ricordandomi di Sara che scappava in bagno, dei commenti caustici tipici delle persone meschine. Non li avrei più rivisti, andai via come se uscissi per un caffè, la scrivania vuota la trovarono solo il giorno dopo. Che soddisfazione.

Oggi la mia stima per Esteban è al massimo raggiungibile. Lo sto invidiando? Mi sono chiesto, forse un pochino si, per aver trovato la persona giusta al momento giusto, per la determinazione che non ho mai avuto, e soprattutto perché parlare con lui mi fa sentire migliore.

dimanche 19 juin 2016

Strage di panda allo zoo

Volevo mettere solo questa immagine, ma poi avevo voglia di scrivere

Post con immagine! non abituatevi perché sarà l'unica. Dunque ci risiamo, ennesima strage ed ennesima condivisione di bandierine varie sul web. Questa cosa mi irrita e non mi spiego il perché; non penso sia cinismo, forse è perché viene fatta in modo quasi automatico, che presuppone poco uso del cervello, tuttavia ho una parte razionale che mi porta a valutare l'utilità oggettiva di certe esternazioni-condivisioni. Cosa vogliono dimostrare queste persone esibendo sensibilità ad un determinato fatto di cronaca? Il loro spiccato senso civico-morale-religioso? Contrapposto a chi invece resta freddo e misurato, quindi insensibile e mostro? A voler guardare bene si potrebbe passare la giornata a condividere catastrofi, c'è solo l'imbarazzo della scelta. La strage di Orlando ripercorre sui social l'esatta sequenza delle stragi di Parigi; cordoglio, foto di gente disperata, bandiere e colori appropriati, frasi adatte, pensieri profondi o meschini a scelta del candidato. Il messaggio che passa è: sono solidale con le famiglie delle vittime-condanno l'atto atroce-sono triste-mi sto strappando i capelli per il dolore.
Ed io mi chiedo: si può essere tristi per la morte di persone di cui non sapevamo nemmeno l'esistenza?
Penso di si, ma in modo moderato, è una tristezza tangenziale, perché queste vicende coinvolgono pensieri più ampi della morte del singolo (o almeno dovrebbe essere così). Per quanto mi riguarda è più forte la tristezza ideologica che mi provocano fatti del genere. Se devo pensare ad un esempio concreto e personale, penso a quando passo accanto al sacrario delle vittime della prima guerra mondiale, e mi dico: a pochi centimetri da me, dietro queste lastre di marmo, ci sono i resti di persone che sono morte perché credevano in un ideale, o semplicemente sono state vittima degli eventi, hanno affrontato la morte con coraggio, oppure ci si sono trovati davanti loro malgrado, avevano tutti tra i 19 e i 24 anni e sicuramente nessuno di loro ha scelto di morire da eroe come un certo regime ci ha fatto credere. Rimango lì un paio di minuti a riflettere sul senso della vita, questo pensiero mi rattrista, ma in modo parziale, e non perché quei morti siano distanti nel tempo, ma perché penso con rammarico a tutte le cose che quelle persone avrebbero potuto fare se le loro vite non fossero state spazzate via dalle decisioni di altri. Ed è la retorica di quel periodo che mi preoccupa di più, le idee malsane che fecero sembrare giusto spedire al massacro un'intera generazione, e ritrovare parte di quei microbi nei pensieri di oggi mi fa capire che sono morti invano. Ed è questo che mi rattrista.
Lo stesso mi accade per le morti di Orlando, di Parigi, gli affogati nel mediterraneo, e tutte quelle vittime (loro malgrado) che il web consegna al palcoscenico social. Non credo sia insensibilità, ma un senso di misurata malinconia, a cui associo la mia personale incapacità di mutare la situazione a cose fatte, e forse anche di trovare un modo differente di comunicare la mia solidarietà e disapprovazione.
Quindi non mi capacito il dolore immenso che esibiscono alcuni quando il web macina le notizie delle stragi, della morte di un cantante, o di un famoso dello schermo. Così come non mi sento coinvolto dell'euforia sfrenata che impregna i dopo partita, o l'ottenimento di diritti che dovrebbero arrivare per naturale conseguenza della democrazia e non per il perseguimento di lotte e battaglie politiche ed ideologiche. Penso questo perché credo che le vere gioie, siano date da qualcosa di più vicino e concreto, tangibile e controllabile; lo stesso per i dolori Il resto mi pare essere tutto un teatrino utile per suscitare facili sentimentalismi, così utili ai pennivendoli per smerciare spazi pubblicitari. Altra ragione non trovo!


dimanche 12 juin 2016

Del cavar sangue dalle rape

Per quanto provo a concentrarmi su notizie positive, ne trovo sempre qualcuna che rovina la giornata; è un po' come sentire l'odore dell'unica mela marcia in mezzo a venti buone. Ciò mi ricorda che l'essere umano è profondamente meschino inside, e bastano pochi deficienti per sconfortarmi.
La notizia di oggi è tutta locale; hanno finalmente sgominato una banda di ladri che imperversava nell'ospedale pediatrico, specializzata nel furto di tablet e cellulari dei piccoli pazienti. La cosa squallida erano i basisti, gli addetti alle pulizie e i genitori di altri pazienti, la cosa era talmente diffusa che non è passata inosservata. Questa gente meriterebbe di finire in galera per almeno venti anni, e non sarebbe abbastanza, perché rubare a persone indifese e per di più malate è un atto di una vigliaccheria immensa. Che atto ignobile.
Altra faccenda sono le tante (troppe) notizie di violenza e maltrattamenti in asili e case di riposo da parte di chi invece dovrebbe insegnare ed assistere. Anche qui le denunce si sprecano e non passa periodo che non ne salti fuori una nuova. Penso ai bimbi che subiscono senza potersi ribellare, che vengono accompagnati da genitori ignari in strutture dove saranno umiliati. Trovo questi episodi rivoltanti, e mi piacerebbe davvero sapere come fanno i responsabili a guardarsi allo specchio, a convivere con questa doppia personalità, ad avere la stima di parenti ed amici  Temo che questo sia un 'crimine' che non si lava via nemmeno dopo essersene pentiti, perché è facile e troppo comodo pentirsi e chiedere scusa dopo essere stati colti sul fatto. Questa è gente disturbata che va allontanata per sempre dalla società civile, non c'è recupero o riabilitazione possibile. Quando prendo atto di questi comportamenti mi sento schiacciare da un macigno, al pari di Sisifo.
Mentre mi sconfortavo in questi pensieri mi è capitato di assistere ad un episodio che, se pur minimo, mi ha irritato moltissimo e che ho assunto immediatamente a indizio della deriva in cui versa la società in cui mi trovo. Stavo scendendo in centro storico, passando per quella ragnatela di vicoli e passaggi che ospitano botteghe e laboratori; davanti ad una piccola bottega orafa c'era il proprietario che, bottiglia alla mano, provvedeva a spruzzare di acqua le pietre del vicolo per poi spazzarle. Mentre tutto ciò accadeva, un tizio, si avvicinava per salutarlo e con fare forse scherzoso o forse serio (non ho capito) gli dice: oh buongiorno, ah ma sta pulendo eh?! pensavo STASSE pisciando!
L'orafo, un signore di mezz'età, ben vestito, si è girato interdetto ed ha risposto al saluto, con un sentore di gentile imbarazzo. Il tizio, anche lui vestito in modo degno si è fermato come per conversare, probabilmente pensando di aver detto una spiritosata di cui ridere. Per fortuna non è accaduto, e la reazione fredda dell'orafo ha denotato un certo fastidio. Mentre transitavo mi sono detto: ma perché non gli rispondi: ma che cazzo dici coglione? Secondo te mi metto a pisciare fuori dal mio negozio, in pieno centro cittadino? Ma vattene affanculo!
Questo meritava, questo gli avrei detto io. Ma forse la battuta era talmente meschina che l'orafo è stato preso alla sprovvista. In certe situazioni la prontezza di riflessi è fondamentale.
Ora penso che se una persona, anche per scherzo, anche per confidenza, mettiamoci tutte le attenuanti del caso, ma se una persona arriva ad un simile livello di squallore, non merita molta stima, perché solo l'aver pensato e poi detto quella frase denota una tara mentale difficilmente colmabile con il raziocinio, che possiamo chiamare anche buongusto o educazione o come accidenti si vuole, ma come diceva mio nonno sarto: c'è poco da fare, non c'è stoffa!

dimanche 5 juin 2016

Artemidoro e l'interpretazione dei sogni

La stanza è apparentemente deserta, ma in realtà, dietro ad una sorta di parete curva formata dagli scaffali dei libri, si cela il mio interlocutore, di cui intravedo solo l'ombra proiettata sulla parete dall'unica finestra, da cui proviene una luce lattiginosa, filtrata da una spessa vetrata a rulli multicolori. Davanti a me, sopra un grande tavolo in legno dall'aspetto vissuto ci sono vari libri rilegati in cuoio. Ne prendo alcuni, scorrendone i titoli, per metterli velocemente in una borsa di tela scura. Mentre mi appresto a uscire, una voce da dietro la libreria mi interroga come a continuare un discorso avviato, ma di cui non ricordo l'argomento:
- e se scegliessimo di vivere unicamente in una realtà costruita da noi?
- questo ci renderebbe folli! Replico con freddezza.
- e se così fosse, non è meglio di una vita fatta di disperazione?
Mentre rifletto su una possibile risposta, un colpo di vento spalanca la porta e il pavimento scompare facendomi precipitare dentro ad un pozzo di cui non vedrò mai il fondo perché mi sveglio prima. Così la questione resta senza risposta: quanta parte della realtà che ci costruiamo è una via di fuga dalla disperazione? Il dubbio rimane sino al prossimo sogno.