dimanche 29 novembre 2015

Del fidarsi di gente che va dallo psicologo

L'altro giorno mentre parlavo con un amico, da cui potrei prendere le distanze e definirlo come un caro conoscente, forse anche un conoscente, insomma parlavo con questo e stavamo facendo un discorso generico e generale e ad un certo punto dice: eh lo so, lo dice anche il mio psicologo!
Bum! Hai uno psicologo? Non lo sapevo. Ma d'altra parte non è che uno dopo la prima seduta prende su il telefono e mi informa di essere andato dallo strizzacervelli. Eh si, perché se negli StatiUniti fa tanto di-moda avere uno psicologo, qui da noi la cosa è ancora vista come un segnale sospetto, che uno non c'è mica tutto con la testa; poi magari è solo confuso, o depresso, e cerca conforto ad uno sbandamento temporaneo, come penso sia il caso di questo amico-conoscente. D'altronde un tempo la confessione con i cattopreti sostituiva la psicanalisi, ma ora l'avvento del laicismo a togliere ha incrementato il lavoro dei confessori laici.
Quindi ho chiesto lumi al mio amico-conoscente, più che altro perché non ho mai capito una cosa, come cominci? Cioè, vai lì nello studio, dottore buongiorno – prego si accomodi – tu ti metti sul lettino, lui prende il quadernetto, e poi? Voglio dire, come comincerà una seduta psicoanalitica? Mi parli di lei - come in un colloquio di lavoro? Allora cosa mi racconti di bello? come dalla zia? Mistero. Così ho chiesto, tentando di non risultare indiscreto. Credo più che altro di aver capito che una persona arriva ad un punto di grande disagio, per cui pensa che uno psicologo lo possa aiutare a scoprire i lati nascosti del suo disagio, non tanto perché siano nascosti, ma perché sono inconoscibili se non hai studiato bene la faccenda. Poi il mio amico mi fa: guarda questo è molto bravo, e mi sono trovato benissimo sin da subito. Io su queste cose tendo ad essere molto empatico e così dopo averlo salutato mi sono chiesto: ma non è che forse mi servirebbe uno psicologo? Mentre tutto questo accadeva, in fondo al vicolo c'era un tipo ubriaco come una tegola che vomitava l'anima in un tombino, per cui per evitarmi lo spettacolo, ho fatto una strada più lunga che mi ha dato modo di riflettere con calma sulla faccenda.
La domanda era: come faccio a rendermi davvero conto se mi serve uno psicologo, dovrei chiedere ad uno psicologo, mica ad uno qualunque che passa per strada; ho pensato distrattamente al tipo del tombino, che magari in vino veritas … ma poi ho risolto di proseguire ad interrogarmi in solitaria; quindi vado dallo psicologo e gli chiedo: ho bisogno di lei? uhm, però c'è il rischio che probabilmente mi direbbe di si, direbbe: certo caro, a lei serve assolutamente uno psicologo (come me). È un po' come la faccenda di chiedere all'oste se il vino è buono. Allora mi sono detto: intanto facciamo una ricerca da italiano medio affetto da analfabetismo funzionale, mi collego al web e su google digito: come-faccio-a-sapere-se-mi-serve-uno-psicologo? Mentre lo scrivevo mi sono chiesto se non dovessi scrivere psichiatra, ma poi mi sono ricordato che lo psichiatra è per quelli gravi, ed ho pensato che fosse meglio iniziare light, che poi magari me lo dice lo psicologo: guardi a lei serve uno psichiatra, le consiglio un mio collega … nel frattempo prenda queste pillole … e l'oste ed il vino, e siamo daccapo.

4 commentaires:

  1. ma davvero non ci sei mai andato (da uno psicologo)? (ahahah)
    io sì.
    ricordo che a un certo punto ho capito che a pensare e ripensare da sola ai miei guai avrei impiegato anni prima di giungere a una qualche soluzione.
    ma intorno a me avevo solo gente con la pretesa di risolverli in due minuti e come potevo accettare che qualcun altro in così poco tempo e senza alcuna competenza ponesse fine ai miei tormenti meglio di me che ci pensavo da anni e anni?
    e così mi sono messa a cercare una rete di sicurezza, qualcuno che avesse un minimo di criterio per distinguere tra un delirio e una patologia.
    ci ho messo un po' prima di trovarne uno (nel caso specifico è una donna), perché i primi tentativi erano un po' come se parlassi con il lattaio, nel senso che a una frase seguiva un commento o una risposta (non richiesta).
    poi ho trovato quello(a) che invece stava sempre zitto(a) e ho fatto un po' di avanti e indietro per qualche anno.
    come le dissi allora è un po' come usare la lavatrice invece di lavare i panni a mano.
    il risultato è lo stesso, ma è più comodo.
    credo che decisione giri intorno a questo concetto: molto del lavoro su noi stessi lo possiamo fare da soli, ma ci sono alcuni aspetti per cui è indispensabile una controparte che alcuni (come me) non trovano nella vita quotidiana a meno di ricorrere alla schizofrenia, caso nel quale sì serve lo psichiatra che però fa più danni del lattaio, per via che il latte, a differenza degli psicofarmaci, di solito non uccide.

    RépondreSupprimer
    Réponses
    1. ho sempre pensato che andare da uno sconosciuto a raccontare i fatti miei fosse inutile,[i panni sporchi si lavano in famiglia per dirla con la metafora della lavanderia cinese che hai usato :P] in passato quando c'era qualcosa che mi provocava fastidio o disagio il 99,9% delle volte era una persona, eliminata la quale ritrovavo il mio equilibrio. Per il resto devo dire che qualcosa del lavoro che hai fatto su te stessa si vede, traspare dal blog.

      Supprimer
  2. Secondo me uno non va dallo psicologo di sua sponte, o perlomeno è difficile che ciò accada.
    Di solito sono gli altri a consigliarti di andare dallo psicologo.
    ti dicono: vai a farti vedere!
    Se sono particolarmente gentili aggiungono anche: ma da uno bravo!

    RépondreSupprimer
    Réponses
    1. quelli bravi pare siano difficili da trovare, come in tutte le categorie ci saranno molti incapaci. Personalmente ho sentito una persona a cui era stato consigliato dopo una lite che si era offesa ... sono decisioni delicate da affrontare

      Supprimer