dimanche 19 juillet 2015

Dei selfie e della ghigliottina

Secondo me i social ci renderanno completamente stupidi entro breve tempo, ovviamente esclusi quelli che già lo sono per altri motivi. Ultimamente mi è capitato di leggere una notizia in cui si raccontava che un politico inglese ventinovenne, trovandosi in Tunisia, è andato sulla spiaggia dove hanno massacrato i turisti e si è fatto un selfie. Che c'è di male? avrebbe risposto a quelli che gli hanno detto che era un coglione e doveva dimettersi. Non ho capito se nella foto sorrideva o altro, questo l'articolo non lo riportava.
Già, che c'è di male andare lì, dopo nemmeno una settimana e farsi una foto? Cosa voleva far vedere con quel gesto? Probabilmente nemmeno lui lo sapeva. E forse sono gli altri che hanno trovato l'appiglio per attaccarlo immotivatamente. Il selfie sul luogo del delitto, non è forse la stessa cosa che hanno fatto milioni di persone con la CostaConcordia quando era al Giglio e anche oggi, che è qui, a Genova, trovo spesso qualche turista che mi chiede: scusa ma la Concordia in quale parte del porto si trova? Si può vedere?
Cosa gli rispondi a uno così? Ma che vuoi vedere? Vedi di andare affanculo! Verrebbe da dirgli. Ma poi mi ricordo che devo rispettare le minoranze e liquido la faccenda con un semplice: non lo so. Con tutto quello che c'è da fare a Genova … coi turisti occorre essere gentile, essi giungono da lontano e spendono i loro denari arricchendoci, vanno rispettati. E sappiamo sino dai tempi antichi: pecunia non olet; figurarsi poi se c'è da spennare un pollo. Per esempio a Cogne ancora adesso gli albergatori ci fanno i soldi sui babbei che vanno a fotografare la villetta del delitto, per postarla sulla bakeka di FB (lo scrivo così ke fa molto bimbominkia).
Esempi del genere se ne potrebbero fare a mille, c'è un vero e proprio turismo macabro, che prende il via dai servizi di Lucarelli. Credo sia una cosa insita nell'essere umano, un po' come quando sei in autostrada e c'è un incidente sulla corsia opposta e come per magia si forma una coda di auto che rallentano per guardare. Ma vedere cosa? Un motociclista spiaccicato sul Gard Rail. Non è raccapricciante vedere un lenzuolo steso e il rivolo di sangue sull'asfalto? Evidentemente non per tutti. Mi chiedo se anche all'estero, dove notoriamente sono più evoluti, accadano le stesse cose; non che all'estero siano tutti più intelligenti degli italiani, però hanno modi differenti di interagire, quindi mi piacerebbe sapere se ci sono dei francesi che vanno a fotografarsi con dietro la cancellata dove è stata esposta la testa mozzata della vittima del venerdì nero del terrorismo. Giusto per dovere di cronaca.
Che poi: se un nostro parlamentare andasse a farsi un selfie a Tunisi cosa accadrebbe? Penso nulla, questi non si dimettono nemmeno se li pescano con i lingotti della Banca d'Italia in tasca, figurarsi per un selfie. Ma il punto non è tanto la faccenda del politico, che essendo tale gode di una visibilità maggiore, il punto è: quanto tempo deve trascorrere da un evento luttuoso perché non si possa considerare macabro fotografarsi sul luogo del delitto?
Per esempio tutti quelli che vanno a GrandZero a fotografare il vuoto delle due torri, sono dei coglioni oppure persone sensibili?
E quelli che fanno le foto ai campi di Auschwitz? è testimonianza oppure c'è del malato in quello che fanno? Insomma mi pare che il limite tra memoria, cinismo, cattivo gusto e desiderio di ricordare un evento tragico, sia labilissimo. In fondo se vado in Egitto e faccio una foto alle piramidi, son tombe, è cattivo gusto? No è ricordo turistico, paradossalmente anche se lo facessi con dietro la mummia di Tutankhamon sarebbe turismo e nessuno avrebbe niente da ridire, anche se andassi sulla piazza Rossa a fotografarmi con il mausoleo di Lenin, alla peggio mi direbbero che sono un nostalgico del regime. 
C'è che il mondo è pieno di luoghi dove sono successe tragedie; per esempio quando sono stato a Parigi mi sono fatto un selfie in Place de la Republique, dove era sistemata la ghigliottina per capirci, e non vi dico il brivido che ho provato nell'immaginare qualcosa di simile nell'Italia di oggi; altro che togliere di mezzo i nobili parassiti. Era cinico pensare che in quella piazza nel 1794 dovettero spargere a terra della segatura perché i cavalli scivolavano sul sangue dei condannati?
Eh! un po' di brividi li ho avuti a questo pensiero, ricordando le cronache dell'epoca che riferivano i particolari più spietati. Però era storia vecchia e sedimentata, e nessun francese di passaggio ha avuto nulla da ridire. Diverso sarebbe se qualche nostalgico passasse in Piazzale Loreto a Milano e fotografasse il punto dove il Duce fu appeso per i piedi. I fantasmi di quel periodo sono ancora così potenti che un politico che facesse una cosa del genere verrebbe immediatamente messo alla gogna mediatica. Lo stesso si può dire dei luoghi del Führer, ancora tabù, quando non cancellati fisicamente.
Resta invece inesplorato il limite tra cattivo gusto e dovere di cronaca, cosa che non ha un limite temporale ben preciso, tuttavia se trovo interessante un libro che parla diffusamente della tragedia del Titanic ad oltre cento anni dall'affondamento, trovo disgustoso che ci sia in giro un libro di Schettino dal titolo 'Verità sommerse' che parla della tragedia della Concordia. La puzza di marcio non arriva per il racconto scritto dal responsabile, che potrebbe avere un certo valore di cronaca, ma per un vago sentore di … lucrare sulla tragedia … che subito mi nasce nel pensiero; non è forse cinico tutto questo? E da qui la domanda: ma quanto tempo deve passare perché una tragedia possa essere rivissuta senza il rischio di cadere nel cattivo gusto?

5 commentaires:

  1. Avevo letto questo post ieri, ma non ero davanti al pc e scrivere il commento mi avrebbe richiesto troppo tempo (i tasti ed il monitor di un cellulare sono terribili alla mia età e senza gli occhiali da lettura, per giunta) (e guai se ridi).
    Ma tornando al tuo post: Io non so se sia questione di tempo, di intervalli quantificati in tot anni; sicuramente più tempo trascorre da un evento macabro o da una morte, più certe sensazioni si perdono, il clamore sciama e scattare una foto non sa più di indecenza e mancanza di rispetto per la/le vittima/e. Sa soltanto di ricordo lontano.
    Il punto è un altro, credo: il punto è che la gente che scatta fotografie nei luoghi sopracitati lo fa "perché si sente in dover di farlo", lo fa perché se non lo facesse non si sentiirebbe parte di un tutto. Non so se riesco a spiegarmi. Ormai la necessità di "esserci, comunque e dovunque" e di non perdersi nulla ha come conseguenza -visto la profusione dei mezzi tecnologici e delle varie piattaforme virtuali - la necessità di testimoniarlo. IO C'ERO, IN UN QUALCHE MODO ANCHE SE NON IN DIRETTA C'ERO E VE LO MOSTRO.
    Ecco, questo in sintesi accade, secondo me.

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    1. il selfie come estensione del proprio ego, smisurata forma di egocentrismo ... io c'ero e ve lo mostro, è vero IO IO IO ...

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  2. p.s. ed è tristissimo, oltre che assurdo.

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  3. Esordisci dicendo una cosa in cui credo purtroppo: "Secondo me i social ci renderanno completamente stupidi entro breve tempo, ovviamente esclusi quelli che già lo sono per altri motivi". Poi tutto il post parla dei selfie in luoghi tragici per gli eventi che vi si sono svolti ma, mi chiedo, tutto ciò cosa c'entra con i blog?
    Qui si scrive, spesso male, si dovrebbe leggere, sono costretto a usare il condizionale, ma i selfie che c'entrano?
    Ho letto le tue istruzioni per l'uso...

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    1. Hai letto le istruzioni … bene … il selfie prima o poi finisce pubblicato su un social, uno qualsiasi, non ho ancora conosciuto nessuno che se lo tenga per uso personale, e questo spiega l'into, che poi finisca in un blog o sulla bacheca di FB, su Twitter, su Instagram o chissà dove ... non c'è solo il blog nel mondo dei social,

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